domenica 6 marzo 2016

Cuervo y Sobrinos e i Colori di Cuba







Ultima anticipazione di Cuervo y Sobrinos nell'imminenza del prossimo Salone Internazionale dell'Orologeria che aprirà le porte il 17 marzo sino al 24 in Basilea - Svizzera



 La nuova collezione Historiador - Tierra Sol y Mar si  ispira ai colori di Cuba, la più grande isola dei Caraibi, con spiagge incontaminate e riserve naturali, ma anche pieno di arte e cultura immersi nelle città dai mille colori.

Queste tonalità  sono sofisticate, informale, vibranti fanno appello a un nuovo stile moderno e dinamico. La collezione presenta tre quadranti satinati in colori vivaci e cinturini coordinati  in alligatore "Pon Pon" Louisiana.


La collezione Historiador Tierra Sol y Mar veste i colori tropicali:

l' Orange come il più caldo colore "Terra"

il Giallo come il brillante "Sol"

il Blue Light come il "Mar" delle isole dei Caraibi.


L'Historiador dispone di un CYS 5157, SW260-1 movimento automatico con piccoli secondi a ore 6 e datario a ore 3. Questa collezione ha uno stile moderno, pur mantenendo il diametro della cassa in 40mm, un doppio vetro zaffiro bombato e quadrante satinato le lancette sono rifinite con una leggera superluminova.



Cuervo y Sobrinos riscopre il gusto dei colori brillanti dell'Avana proposti con vitalità e naturalezza. I richiami alll'isola tropicale sono intensificati per disegnare un nuovo stile poliedrico e contemporaneo.




sabato 27 febbraio 2016

Prominente 2016 "Caramelo" Cuervo y Sobrinos 1882



Uno scoppio di colori.


Ancora un'anticipazione, in prossimità del Salone Internazionale dell'Orologeria, Cuervo y Sobrinos vuole affascinare gli amanti dell'orologeria  proponendo la nuova collezione Prominente con una serie di nuovi colori, tra cui marrone, arancio, giallo e azzurro. 



Caramelo è un'esplosione di colori, un sogno che si avvera.


Il nome, infatti, è ispirato alle caramelle colorate, che rappresenta un sogno del passato, ai ricordi di un bambino.


Ogni gusto un desiderio tra cui un messaggio speciale per il futuro.

Il giallo riprende la luce e l'energia del sole.
L' arancio simbolo della creatività e della fiducia.
Il blu rappresenta la comunicazione, la socialità.
Infine il marrone simboleggia la serenità, la soddisfazione.


Un sogno che diventa realtà, lo stesso processo con il quale vengono creati gli orologi Cuervo y Sobrinos, design e ricerca basato sul passato che, attraverso la passione e la maestria orologiaia, diventano marcatori del tempo.
 
La collezione Prominente Caramelo ha un movimento automatico CYS 5102, SW 300, con secondi al centro e la data a ore 6. 

Il Prominente ha un stile vintage delineato dalla cassa rettangolare, il doppio vetro curvo e le finiture "satin" del quadrante con linee al centro.

Cinturini in alligatore  con sfumature identiche ai quadranti.


Una raffica di colori e passione, in linea con lo stile di un marchio latino e un'anima svizzera.








lunedì 22 febbraio 2016

New 2016 di Cuervo y Sobrinos 1882

HISTORIADOR CLÁSICO

Gentleman per sempre

Cuervo y Sobrinos è diventata un'icona di stile vintage, una espressione seducente di forma e funzione radicata nella suprema affidabilità svizzera e sentimento latino.

Dal 17 al 24 marzo avrà luogo a  Basilea (Svizzera) la Fiera Mondiale dell'Orologeria, più di centomila visitatori s'immergeranno nell'affascinante mondo degli orologi, accolti da una atmosfera unica che da sempre caratterizza Baselword

Da  oggi e nelle prossime settimane vi offriremo alcune interessanti anticipazioni.  

Con l'Historiador Clásico, Cuervo y Sobrinos propone quest'anno un ulteriore affinamento della collezione più emblematica. L' Historiador Clásico dispone di un movimento a carica manuale CYS 2052, con piccoli secondi a ore 6. Un dettaglio decorativo  può essere ammirato  attraverso il vetro zaffiro del fondello con il ponte sul meccanismo di ruota decorato con "Cote de Geneve" e un trattamento ardesia colorata.

Questo modello ha un tocco di eleganza sottolineata dalla cassa di 40 mm (6,2 di spessore), il doppio vetro zaffiro bombato e il quadrante decorato con una "Clous de Paris" al centro, i minuti e le ore  con una decorazione "Soleil", così come il piccolo secondi a ore 6.


La nuova collezione presenta dei quadranti  in un blu galvanico, un esclusivo rame e un quadrante d'argento senza tempo. Le lancette con la classica forma gladio  con leggera superluminova sono armoniosamente integrate nel quadrante con il logo CyS applicato.

Sia attraverso il suo design elegante e l'eccellenza tecnica infusa dagli orologiai di CyS o l'eccezionale bellezza della sua finitura, l' Historiador Clásico  sorprenderà il più esigente dei collezionisti alla ricerca di prodotti di lusso che durano e trasmetterà  piacere a tutti coloro che indosseranno questo modello


Il Historiador Clásico celebra la seduzione e la ricercatezza del  "tempo"




Vedi il Video dell'Historiador Clásico 



martedì 26 gennaio 2016

Cuervo y Sobrinos anteprima 2016

Cuervo y Sobrinos marchio icona di stile vintage, in occasione del SIHH, Salon International de la Haute Horologerie, ha presentato ai suoi rivenditori internazionali nel Workshop dei giorni 23-24-25 Gennaio, presso il prestigioso Swissotel di Ginevra, le novità 2016 del marchio, dove di seguito vi diamo una breve anticipazione.


Historiador Clàsico dedicato al gentleman.

Questi modelli vanno ad arricchire la collezione Historiador già la più emblematica.

L'Historiador Clàsico ha un movimento piatto a carica manuale, il quadrante decorato a "Clous de Paris" ne sottolinea la fine eleganza.

Questa collezione per la sua raffinata eleganza e ricercatezza sorprenderà e sedurrà  tutti gli amanti dell'orologeria.



Historiador Tierra, Sol y Mar

I colori di Cuba sono i protagonisti di  questi modelli.

Queste tonalità sofisticate, informale, vibranti conferiscono  modernità e dinamicità.

Cuervo y Sobrinos riscopre il gusto dei colori brillanti dell'Avana, proponendo un nuovo stile contemporaneo.




Prominente Caramelo


Ogni gusto un desiderio

Un messaggio per il futuro

Giallo - Luce - Energia
Arancio - Creatività - Fiducia
Blu - Comunicazione- Socialità
Marrone - Soddisfazione - Serenità


Una raffica di eleganza, colori e passione, in linea con lo stile di un marchio con uno stile latino e un'anima svizzera.






mercoledì 6 gennaio 2016

50 ANNI E LE IDEE MOLTO CHIARE: Oliviero Toscano. di Davide Rota - foto di Matteo Cherubino

Chiamarlo fotografo è riduttivo. Personaggio poliedrico, è stato uno dei protagonisti degli ultimi 50 anni tra arte, fotografia, progetti editoriali e sociali. Un uomo che ha fatto del mondo la propria casa, ma che non ha problemi a parlare della sua città natale.
Il titolo del suo nuovo libro, sintesi delle sue più importanti battaglie in giro per il mondo, è Più di 50 anni di magnifici fallimenti. Perché questa scelta?
Questo libro è nato perché tutti mi hanno chiesto di farlo, i miei amici e le persone a me più vicine mi hanno convinto. E io l’ho fatto. Ma resto dell’idea che la fotografia non serva per fare libri o per le esposizioni fotografiche. La fotografia è semplicemente uno strumento utile ai mezzi di comunicazione di massa, è una cosa seria che non serve per il proprio compiacimento estetico. Non è un fine, ma un mezzo, per andare da qualche parte e dire qualcosa a qualcuno.

Cosa si ricorda della Milano della sua infanzia?
Mio padre è nato in via Cappellari, vicino a piazza del Duomo; da ragazzo, nel 1920 circa, vendeva le gazzose sul Duomo ed è diventato poi il primo reporter del Corriere della Sera. Io sono nato sotto le bombe del ‘42, però, compiuti sette mesi, i miei decisero di scappare a causa dei bombardamenti e ci trasferimmo a Clusone (in provincia di Bergamo) in una casa di contadini. Lì sono rimasto fino ai sette anni, quando ho iniziato ad andare a scuola. Mi ricordo che io e i miei amici eravamo ragazzi di strada: giocavamo ai tollini (un gioco con i tappi, NdR), alle biglie in mezzo alle macerie. Era tutto bellissimo, Milano era bellissima. Un grande parco giochi per noi che eravamo piccoli. E per fortuna in quel periodo c’erano due cinematografi e io, la mattina alle otto, invece di andare a scuola andavo al cinema. Quindi Milano è dove mi sono formato sulla cultura cinematografica degli anni Cinquanta. E trovo che sia stato molto più istruttivo, e meno noioso, della scuola.

Quali differenze e analogie con la Milano odierna?
Vivevamo in una zona che non riconosco più, che è radicalmente cambiata, all’angolo tra corso Como e piazza XXV Aprile. Andavo a scuola lì vicino e passavo i pomeriggi al 10 di corso Como che allora non era lo spazio della moda e del design, ma solo il primo centro di imbottigliamento della Coca Cola. Io e gli altri ragazzini andavamo armati di spazzoline a pulire le bottiglie che tornavano indietro sporche. La ricompensa? Una Coca Cola, che per noi era un lusso. E questa alla fine è stata un po’ la storia e la fortuna di Milano: lo sfruttamento minorile, degli immigrati, della gente del Sud… E ricorderò sempre le parole di mia madre, che fino alla fine mi ha ripetuto: “Oliviero, da quando Milano non è più generosa, ha perso la sua forza”. E aveva ragione, guarda cosa succede oggi per esempio.

A Milano o in generale in Italia?
Milano è fortunata. Ho seguito la campagna di Giuliano Pisapia e sono molto soddisfatto dal lavoro che ha svolto come sindaco. Soprattutto considerando quanto sia difficile come città. Non so se ha fatto tanto o poco, non ho un metro per giudicare così bene le cose, ma so che è stato in grado di rimettere Milano su un binario per il futuro. Certo si potrebbe fare anche di più, perché resta una città fatta di eccellenze in diversi campi, come poche altre al mondo possono vantare. Ma il problema forse è proprio questo. Come l’Italia intera, anche Milano produce tantissimi individui che rappresentano l’eccellenza nel loro campo, ma che proprio per questo non sono in grado di fare sistema e i risultati si vedono.

Si riferisce forse a Expo? Nei mesi scorsi non ha usato parole dolci nei confronti della manifestazione internazionale. Sempre della stessa idea?
Io resto fedele alla mia idea. Tutti fanno finta di niente, ma rimango convinto che sia stato interamente creato intorno a un interesse privato e di accordi con le multinazionali. È stata una grande paninoteca a cielo aperto, ma non ho visto nessuna soluzione per nutrire il pianeta. Fin dall’inizio ho sostenuto che tutto questo sia servito a smuovere un po’ le cose, ha dato lavoro a tanta gente e comunque questo genere di iniziative funzionano. Ma quanto è costato? Il problema è molto semplice: quando Milano vinse con fatica il concorso contro Smirne, insieme a Sgarbi e a una serie di persone pensai a un progetto ispirato alla mia milanesità. Un progetto per portare in città tutti i vari problemi che il mondo non ha il coraggio di guardare: immigrazione, razzismo, lavoro giovanile, discriminazione femminile… Quando portammo questa idea a chi allora era a capo di tutta la baracca, ci dissero che mostrare queste criticità a Milano non avrebbe mai funzionato.

Nel 2007 però ha dato inizio al suo progetto Razza Umana. Tratta di tematiche simili.
Sì, certamente è un progetto legato a questo tipo di tematiche e da allora prosegue ininterrotto, tra poco infatti tornerò in Sud America e poi in Africa.

Ha avuto un grande successo…
In realtà io non lo faccio per avere un feedback da qualcuno, non è un lavoro che ho fatto per avere consenso. Anzi, se c’è consenso, ci si dovrebbe chiedere se c’è qualcosa che non va. Quando tutti mi danno ragione forse vuol dire che ho sbagliato qualcosa.

Una lezione da non dimenticare che l’ha sempre guidata nei suoi lavori?
Assolutamente. Mi ricordo nitidamente di aver proposto un reportage sul primo concerto italiano dei Beatles circa 50 anni fa a L’Europeo, ma la redazione mi rispose che non sarebbero durati più di sei mesi e di non perderci tempo. Io andai comunque a seguire il concerto e per me fu un’opportunità unica per fotografare l’espressione della mia generazione. Poi una redattrice di Annabella mi propose di fare alcuni scatti di moda e io molto semplicemente scesi nel cortile della Rizzoli e fotografai i tanto famosi cappotti colorati. E da quel momento tutti iniziarono a chiedermi di fare fotografie di moda.

Quindi un inizio casuale in questo mondo?
Uno che fa solamente il fotografo di moda non può ritenersi un fotografo. Io non ero particolarmente interessato a questo genere di scatti. L’unica cosa che poteva interessarmi erano le ragazze (ride, NdR).

Oliviero Toscani Club Milano

Domanda di rito che non posso evitare: con l’avvento del digitale come sono cambiate le cose?
Non è cambiato granché, anzi mi dà un po’ fastidio parlarne, perché la tecnologia non mi entusiasma, come non mi entusiasmano gli ultimi ritrovati tecnologici. La tecnologia è sempre vecchia, guarda sempre indietro e non ci può parlare del futuro. Il futuro è immaginazione e basta, al contrario della tecnologia. Infatti abbiamo paura del futuro perché non abbiamo più il coraggio di incontrarlo.

Lei non ha avuto paura di incontrarlo, il futuro. Ha lavorato con alcuni dei nomi più illustri dell’eccellenza italiana, ad esempio con Elio Fiorucci, scomparso lo scorso 20 luglio.
Elio Fiorucci è sempre stato un amico, fin dal principio degli anni Sessanta quando entrambi stavamo iniziando. Ci vedevamo molto spesso a Londra perché lui era interessatissimo a quella città e io vi ero legato perché ci avevo studiato per qualche mese nel ‘62 e ci tornavo spesso. Lavoravo sempre di più per i giornali e lui iniziava ad attirare sempre più simpatie da parte della stampa perché proponeva sempre cose nuove e di tendenza. E da lì tutto è cominciato.

Ha lavorato a stretto contatto anche con Flavio Lucchini di Superstudio, cosa ci può raccontare di quell’esperienza?
Non ho mai avuto uno studio veramente mio. In realtà l’ho avuto per poco tempo in via Argelati di fronte a quello di Joe Colombo, ma è durato poco perché non mi piaceva l’idea di essere legato a qualcosa, a un luogo. Non mi sentivo libero. E anche con Flavio Lucchini è stato lo stesso, andavo a lavorare da lui ogni tanto quando non ero in redazione. E poi un giorno ci siamo detti: “Perché non prendiamo uno studio insieme in affitto?”. Si faceva già a Parigi e a Londra, a Milano invece si andava in quelli di altri fotografi o si faceva tutto in esterno. Cominciammo a cercare, e io trovai lo spazio dove ora sorge Superstudio. Mi piaceva quella zona, c’erano ancora le fabbriche funzionanti e di giorno era pieno di operai con la schiscetta, altro che fighetti della moda di oggi. Ci interessammo e ci accordammo per comprarlo. Un lunedì mi aspettavano a Milano per firmare il compromesso, ma c’era qualcosa che non mi tornava… Costava 80 milioni di lire a testa e la domenica prima mentre ero a cavallo con mia moglie in Toscana, dove già vivevo, passammo di fianco a un terreno di circa 10 ettari che mi aveva sempre fatto gola e c’era il contadino. Gli chiesi se si era deciso a vendermelo oppure no. La domenica chiamai Lucchini, gli dissi che ero fuori e che avevo trovato quel terreno. Lui mi disse: “Me l’aspettavo”. Da allora, quando vengo a Milano vado lì a lavorare.

Lei è molto legato alla stampa e al mondo delle riviste…
Sì e il mio sogno nel cassetto è diventare direttore de Il Corriere della Sera. E questo devi scriverlo (lo dice ridendo, NdR): finalmente il Corriere non avrebbe più problemi e farebbe il record di copie. Farei un giornale fantastico.

La proporremo certamente. Però ha già dato il via a un progetto editoriale, giusto?
Ho creato la rivista Colors quasi trent’anni fa e ritengo che sia ancora un progetto attuale. Tutto è nato durante la mia collaborazione con Benetton, perché avevo una marea di fotografie che la stampa rifiutava perché troppo d’impatto e socialmente impegnate. Erano ritenute scandalose e scomode. E allora parlai con Luciano Benetton e gli proposi di investire su un house organ, lui capì subito e mi disse: “So già cosa farai…” e feci Colors. È nato come il giornale che parlava del resto del mondo ed era un mio esperimento. Ora vorrei fare un quotidiano e spero che mi diano il Corriere.

E per quanto riguarda Fabrica?
È andata più o meno nello stesso modo: volevo creare un centro ricerche e le ho dato vita. Ma ora non la seguo più.

È stato un incontro fortunato quello tra lei e Benetton.
Come diceva Frank Lloyd Wright: “La qualità dell’architettura dipende dall’intelligenza del committente”, se questo non è intelligente nessun artista può produrre qualcosa di magnifico. Benetton lo è sempre stato. E la rottura fra noi è avvenuta come una conseguenza inevitabile. Tre anni prima di quanto hanno scritto i giornali, ci siamo accordati perché alla nascita di Fabrica io lasciassi, non volevo diventare un impiegato che timbra il cartellino. Me ne sono andato dopo aver finito la serie sui detenuti nel braccio della morte negli Stati Uniti. Quello che hanno raccontato è stata una montatura perché la
gente ha sempre bisogno di trovare una spiegazione alle cose.



Intervista pubblicata su Club Milano 29, novembre – dicembre 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

mercoledì 23 dicembre 2015

Cuervo y Sobrinos a Sora per i 165 anni di Oro e Ora di Spalvieri Rocco.

Cuervo y Sobrinos  per i 165 anni di attività dell'orologeria di Spalvieri Rocco, Oro e Ora ,  arriva a Sora.

Antica città volsca, divenne colonia e municipio romano, poi possesso bizantino, longobardo, normanno e angioino.
 Con il Risorgimento Sora divenne parte dal 1861 del neonato Regno d'Italia, divenendo capoluogo di circondario, sempre nell'ambito territoriale della Terra di Lavoro.
 Fu quasi del tutto ricostruita dopo il rovinoso terremoto del 1915.
 Nel 1927, nell'ambito di un'ampia revisione amministrativa operata dal regime fascista, che portò alla soppressione dei circondari e all'istituzione di nuove province, Sora fu staccata dalla provincia di Terra di Lavoro e fu assegnata alla Regione Lazio divenendo parte della neocostituita Provincia di Frosinone, di cui oggi ospita alcune sedi decentrate.
Oggi rappresenta un importante centro industriale e commerciale (con cartiere, mobilifici, industrie tessili, svariate attività commerciali, agricole ed artigianali), ed è sede della Fiera di Sora che ospita ogni anno migliaia di visitatori.



Nel 1850 GIUSEPPE SPALVIERI apre la bottega di orologiaio a Sora in P.zza Palestro.

Nel 1888-89 ANTONIO SPALVIERI (figlio di Giuseppe) rileva l'attività del padre portandola avanti fino al 1922 (anno in cui muore).

Dopo il terremoto del 1915 essendo stato distrutto il negozio per il crollo del palazzo che lo ospitava, si trasferì in Viale XX Settembre. Tra i suoi numerosi allieve c'è anche il figlio VINCENZO, allora giovanissimo. A causa della Seconda Guerra Mondiale ci fu un'interruzione dell'attività.

Nel 1945 VINCENZO, al ritorno dalla guerra riapre l'attività del padre ANTONIO nella propria abitazione.

Nel 1957 apre invece un nuovo negozio in Via Napoli n.44 avendo come validissimo aiuto il proprio figlio ANTONIO che apprende assai velocemente.

Nel 1975 ANTONIO SPALVIERI rileva l'attività del padre VINCENZO portandola avanti a tutt'oggi con orgoglio e passione. Nel 2000 l'attività venne trasferita in Via Napoli n.27 con annessa oreficeria. Allievo di ANTONIO è suo figlio Rag. ROCCO e si spera i nipoti. Si ipotizza che la storia degli Artigiani Spalvieri si perda nella notte dei tempi, in quanto si pensa che il padre di GIUSEPPE, cioè SAVERIO SPALVIERI facesse anch'egli l'orologiaio...

Suddette note sono state apprese dalla tradizione orale, specie dalle persone più anziane di Sora.
A testimonianza della lunga attività artigiana di Casa Spalvieri, potete visionare due garanzie di riparazioni rilasciate all'inizio del '900.

Oggi Rocco Spalvieri prosegue nella tradizione, sempre alla  ricerca di nuove proposte, offrendo un servizio e assistenza con la massima professionalità e cortesia.

Nell'orologeria offre una vasta gamma, dal fashion ai classici, alla migliore orologeria svizzera, Maurice Lacroix, Fortis , Fredericque Constant per citare solo alcuni marchi. 

Una ricercatezza nella gioielleria per esaudire i desideri di tutte le donne di qualsiasi età. infine e non per ultimo un attrezzato laboratorio per creare , riparare  gioielli e orologi

Tempora







giovedì 17 dicembre 2015

NEL 1492 COLOMBO SCOPRI' IL SIGARO CUBANO. E POI L'AMERICA di Sergio Chiti

I nativi ne assaporavano il delizioso aroma già da molti anni. Il fumo era un piacere ma anche elemento unificante nei riti sacri e sociali.



Narra la storia, e non certo la leggenda, che un giorno del 1881 a Malaga i genitori di un neonato erano disperati poiché, subito dopo il parto, non dava nessun segno di vita. Il medico, però, senza perdere la calma, inspirò una profonda boccata del sigaro che stava fumando e gli soffiò il fumo sul faccino.
Subito il nascituro prese a strillare e i suoi vagiti riempirono la stanza, con gioia e sorpresa del padre e della madre. Oltre ad avere salvato una vita, quel medico permise soprattutto all'arte contemporanea di non perdere uno dei suoi rappresentanti più famosi e geniali. Sì, perché quel neonato si chiamava Pablo Picasso. L'aneddoto in questione non vuole ovviamente dimostrare che il fumo faccia bene, sebbene in quel caso avesse evitato la morte sicura del piccolo Pablo, ma sicuramente può simboleggiare uno stile di vita e soprattutto un piacere sopraffino il quale, talvolta, può compiere addirittura un miracolo.

Chi non ha mai assaporato l'aroma di un sigaro non può capire la filosofia che si cela

dietro questo rotolo di foglie essiccate e chi non ha mai gustato un sigaro cubano non può minimamente immaginare cosa rappresenti questo modo impareggiabile di fumare. Coloro che sono seguaci dei puros, così vengono chiamati i sigari dell'isola caraibica rigorosamente fatti a mano, storcono il naso quando i loro prediletti oggetti del desiderio vengono equiparati a un normalissimo vizio. E hanno perfettamente ragione. Fumare un puro, infatti, è un'arte raffinatissima, ultimo anello di una catena che inizia con la scelta del sigaro, con la perfetta conservazione e umidificazione, per passare al rito del taglio e dell'accensione e all'accostamento con un ottimo liquore, suo compagno di viaggio preferito che si abbina all'armonia del palato.


 Altro che vizio. E poi, al di là del gusto, tanta "sacralità" ha addirittura origini storiche e religiose. Già, perché quando Cristoforo Colombo nel 1492 mise piede sulla terra di Cuba, credendo invece di essere giunto nelle Indie, entrò in contatto con gli indigeni del luogo che erano soliti arrotolare cilindri di foglie secche che accendevano da una parte e ne aspiravano il fumo dall'altra. Questo perché, fin dalla notte dei tempi, per quelle popolazioni il tabacco era un elemento unificante nella vita sociale e religiosa, visto che era impiegato in molti riti sacri.
A farlo era soprattutto lo stregone, il behique, che comunicava con gli dei durante la cerimonia del cohoba.

 La visione sacrale, anche se in modo negativo, venne ripresa anche dalla Chiesa cattolica che, appena il tabacco venne portato in Europa dagli uomini di Colombo, cercò di dimostrare che le foglie essiccate caraibiche erano di chiara matrice demoniaca. Rodrigo de Jerez, uno dei marinai del navigatore genovese che avevano imparato ad aspirare il cohoba, pagò a caro prezzo la voglia di fumare a casa uno di questi rotoli vegetali. La moglie lo denunciò all'Inquisizione e lo fece imprigionare con l'accusa di essere posseduto da satana. Ma i difensori della fede nulla poterono, nel giro di pochi anni, per contrastare l'invasione del sigaro che venne assimilato soprattutto dalle classi più agiate. Jean Nicot, ambasciatore francese presso la corte del Portogallo, fu uno dei primi a introdurre la moda del sigaro nell'aristocrazia e, per l'epoca, anche ad esaltarne le presunte qualità terapeutiche. Peccato per lui che oggi venga ancora ricordato solo per il fatto che una delle sostanze più nocive del tabacco, la nicotina appunto, abbia preso spunto proprio dal suo nome.

 L'irruzione del tabacco nel vecchio continente provocò, ovviamente, l'inizio della coltivazione sistematica e della manifattura di questo vegetale nei Caraibi, più esattamente a Cuba. Ciò fece piovere soldi nelle casse della Spagna, visto che l'isola le apparteneva e per il fatto che, a partire dal 1614, tutto il tabacco destinato ai mercati europei doveva passare attraverso il monopolio della città di Siviglia, dove veniva trasformato in migliaia di sigari da esportare in Francia, Inghilterra e Olanda. Ma il corso della storia, nel giro di poco più di un secolo, cambiò le carte in tavola. La Spagna perse progressivamente potere e prestigio, mentre a Cuba, le continue insurrezioni dei vegueros, i coltivatori di tabacco, spinsero le autorità ispaniche a concedere benefici economici e a varare una politica doganale meno soffocante.

Il monopolio di Siviglia scomparve e la liberalizzazione del commercio dei puros ebbe un'incredibile impennata. A l'Avana, in pochissimo tempo, vennero aperte fabbriche di sigari leggendari: nel 1827 Partagas, nel 1834 Por Larranaga, nel 1840 Punch, nel 1844 H. Upmann, nel 1848 El Rey del Mundo e nel 1850 Romeo y Julieta. Si arrivò al punto che, nel 1861, a Cuba operavano 1217 manifatture, 516 delle quali, producevano puros destinati all'esportazione. In Europa, il sigaro continuò ad essere di moda nelle classi sociali più abbienti. Nei club più esclusivi di Londra e Parigi vennero aperte apposite sale per i fumatori, i quali per evitare che i loro abiti venissero impregnati dall'odore penetrante del fumo, cominciarono ad indossare di sera vestiti neri in seta chiamati smoking. Con l'evoluzione dei costumi, cambiò anche il modo di presentare gli stessi sigari. Dapprima, nel 1845, un famoso produttore, Ramon Allones, inaugurò l'epoca delle scatole in legno per mettere in vendita i suoi puros, e qualche anno più tardi le medesime cominciarono ad essere riccamente illustrate e rivestite da etichette e simboli. Subito dopo, vennero create le fascette. A dire il vero, già un secolo prima gli aristocratici avvolgevano intorno alla testa del sigaro un anello di carta per evitare che i loro guanti di seta bianca si sporcassero al contatto del tabacco troppo umido, ma solo tra il 1830 e il 1835, un olandese, Gustave Anton Block, sistematizzò l'uso della fascetta per i suoi sigari Aguila de Oro, per differenziarli dagli altri puros in circolazione.
L'idea venne ripresa immediatamente dagli altri produttori che, in alcuni casi, fecero dei loro anelli dei veri e propri capolavori: vennero così creati anillos, come si chiamano in spagnolo, in seta e abbelliti da piccole perle. Ma dato il costo proibitivo, vennero ben presto sostituiti da quelli fatti in carta. Nel frattempo, anche le condizioni sociali ed economiche di chi lavorava nelle manifatture a Cuba migliorarono notevolmente. Nelle fabbriche, dove i torcedores arrotolavano i sigari, venne perfino istituita la figura del "lettore", un operaio in grado di leggere durante l'orario di lavoro giornali e libri. Autori come Balzac, Zola, Verne e H.G. Wells divennero popolarissimi tra i lavoratori di sigari, che ben presto vennero soprannominati gli "intellettuali del proletariato". La fama dei sigari cubani aumentava a dismisura. Negli Stati Uniti i presidenti Ulysses Grant e Abraham Lincoln, dopo aver assaggiato un puro, non abbandonarono mai più il suo aroma. Il primo arrivò al punto di fumarne venticinque al giorno. Anche musicisti come Wagner e Sibelius non poterono più fare a meno di questo tipo di fumo. Ma è con l'irruzione del ventesimo secolo che i sigari cubani ebbero la loro definitiva consacrazione. A ciò contribuì anche la leggenda di una terra che, dopo aver cacciato gli spagnoli grazie all'insurrezione avvenuta nel 1895 per merito di José Marti, si trasformò, anche a causa della situazione politica altamente instabile, in una zona franca dove tutto era permesso: Avana divenne in breve tempo la capitale del lusso sfrenato, del piacere e del gioco d'azzardo, ancora prima di Las Vegas. Negli Anni Trenta e Quaranta, celebrità come Marlene Dietrich, Nat King Cole, Errol Flynn, Gary Cooper, Ginger Rogers, Frank Sinatra e il gangster Lucky Luciano presero a frequentare gli hotel Deauville, Capri e Riviera e i night Tropicana, Floridita e Bodeguita del Medio. Tutti avevano in bocca un costoso puro, simbolo di potere e dominio. Anche Ernest Hemingway non seppe resistere al fascino del mare di Cuba, del cocktail "Daiquiri" e del sapore dei sigari cubani. Ma i puros, ormai, si fumavano dappertutto, persino al numero 10 di Downing Street, quando Winston Churchill divenne premier inglese nel 1940. E' stato detto che nessuno come lui incarnò l'idea stessa del sigaro.
Ed è vero, visto che si calcola in trecentomila (avete letto bene) i sigari che l'uomo politico britannico riuscì a fumare durante la sua vita. Al punto che una vitola, cioè un determinato tipo di sigaro cubano, riconoscibile dalla lunghezza e dalla circonferenza, viene oggigiorno chiamata con il nome del grande statista. Gli aneddoti su Churchill e i suoi amati sigari si sprecano. A cominciare da quello che lo vide protagonista con il maresciallo Montgomery, il quale un giorno gli disse: "Io non bevo, non fumo, dormo molto, ecco perché sono in forma al cento per cento". Al che il premier gli rispose: "Io bevo molto, dormo poco e fumo un sigaro dopo l'altro! Ecco perché sono in forma al duecento per cento". Quando Londra, durante la battaglia d'Inghilterra, fu sottoposta ai violenti bombardamenti da parte della Luftwaffe, Churchill non temette per la propria vita, ma per i suoi sigari che erano custoditi presso il negozio Dunhill.
Proprio durante un raid aereo, una bomba centrò in pieno il negozio. Alle due di notte, dopo aver constatato i danni, il direttore telefonò immediatamente a Churchill e gli disse le testuali parole: "I vostri sigari sono in salvo, Sir". Anche il presidente americano John Fitzgerald Kennedy fu un accanito fumatore di sigari cubani. I suoi preferiti furono i Petit Upmann di H. Upmann. Li privilegiava a tal punto che, nel 1961, qualche giorno prima di firmare il documento che avrebbe fatto scattare l'embargo contro Cuba e Fidel Castro, inviò alcuni suoi collaboratori all'Avana per fare incetta dei suoi puros preferiti. Gliene portarono ben 11.500. A proposito di Fidel Castro. Quando salì al potere nel 1959, una delle prime decisioni che prese fu quella di nazionalizzare tutte le manifatture di sigari. Una scelta dolorosa che portò alla scomparsa di leggendari puros come Murias, Henry Clay, Farach, Villar y Villar. Ma il lider maximo dovette tornare ben presto sui propri passi, convinto anche da "Che" Guevara, perché l'alta qualità che contraddistingueva i sigari cubani era quasi del tutto scomparsa. Così diede vita ad un organismo preposto, la Habanos S.A., con il compito di coordinare le varie manifatture per la produzione annuale dei sigari. Sempre Castro fu protagonista della nascita di quello che viene attualmente definito il miglior sigaro del mondo, il cohiba. All'inizio degli anni Sessanta, ancora in pieno fermento rivoluzionario,
Fidel Castro s'incontrò una mattina con i suoi collaboratori più stretti. Tutti si accesero il loro sigaro e il lider maximo restò colpito dal profondo aroma di un puro fumato da un suo vicino. Subito volle sapere chi fosse il campesino capace di creare un sigaro artigianale così buono. Quel contadino, destinato a diventare uno degli uomini-simbolo di tutta la storia dei sigari, era Eduardo Ribera che aveva individuato nel cuore della regione Vuelta Abajo, la migliore di tutta Cuba per la pianta del tabacco, un appezzamento favoloso, capace di trasmettere alle foglie un sapore unico, incredibile.
Il lider maximo, dopo aver fumato i suoi sigari, nominò Ribera responsabile di una nuova manifattura, chiamata appunto cohiba, dal nome della cerimonia del fumo degli antichi indios, che mise in vendita i suoi puros a partire dal 1968. Da quell'anno, i "seguaci" dei sigari cubani hanno un preciso punto di riferimento, quando vogliono fumare qualcosa di assolutamente straordinario. Ma in Italia esiste una "cultura" del sigaro cubano e, più in generale, di quello caraibico? "Il fatto è che nel nostro Paese si è sempre preferito puntare su un prodotto locale: il sigaro toscano", risponde Antonio Senucci, proprietario di una elegante tabaccheria di Milano, uno dei maggiori specialisti italiani di sigari cubani. "Solo negli ultimi tempi, gli italiani stanno finalmente scoprendo la qualità e la bontà dei puros. Rispetto ad altri Paesi europei, come la Spagna, la Francia e l'Inghilterra, siamo molto indietro, ma qualcosa si sta muovendo. Perché chi decide di passare a questo tipo di sigari, deve capire che la "filosofia" che c'è alle spalle è completamente diversa rispetto agli altri modi di fumare. Chi accetta questa differenza, entra in un mondo meraviglioso". Già, perché consacrarsi ai puros, come si è detto all'inizio, cambia radicalmente il concetto e il rapporto stesso con il fumo. I sigari caraibici, infatti, sono estremamente delicati e per fumarli al meglio bisogna custodirli in particolari scatole di legno (costruite in cedro ispanico), chiamate humidors, al cui interno l'umidità si mantiene tra i 70 e i 75 gradi, come quella che si riscontra nel clima dei Caraibi. Ma questo è solo l'inizio. "Il rito del fumatore di sigaro è alquanto variegato", spiega Maurizio Dalla Valle, presidente della "Aldano", una famosa fabbrica italiana di humidors.
"Oltre al giusto humidor, scelto sulla base delle proprie esigenze, colui che inizia, deve capire che il sigaro va tagliato e fumato in un certo modo, non come si fa con una normale sigaretta". Che qualcosa stia effettivamente cambiando in Italia, comunque, si vede anche dalle associazioni di appassionati che aumentano considerevolmente e dall'attenzione che i mass media rivolgono a questo fenomeno. Anche il nostro Paese ha adesso un mensile dedicato esclusivamente ai sigari, si chiama "Stil" ed è diretto da una donna, Marzia Bertocca, una delle diverse rappresentanti del "gentil sesso" che hanno deciso di ignorare le sigarette per passare a sua maestà il sigaro. "Non solo non ci vedo nulla di strano, come già fece notare lo scorso secolo la scrittrice George Sand, accanita fumatrice di sigari, quando disse: "Il sigaro è l'ideale complemento di un elegante stile di vita"", spiega Marzia Bertocca. "Ma ritengo addirittura che le donne, con la loro sensibilità ed estetica, possano cogliere meglio degli uomini il fascino sprigionato da un buon sigaro". Forse, sulla base di quello che è stato detto finora, non risulterà poi così eccessivo quanto proclamò una volta una voce anonima. Cioè che se fumare è umano, fumare sigari è divino.

la storia del Sigaro Cubano tratto da win storia punto.net 

domenica 13 dicembre 2015

Vuelo a Mantova


La città del sommo poeta Virgilio venne fondata presumibilmente intorno al V secolo a. C: tracce della civiltà etrusca rimangono disseminate sul territorio mantovano, in particolare a Revere.

Nei secoli successivi la sua fondazione Manta divenne dapprima colonia romana e poi terra di conquista per Bizantini e Longobardi finchè, dopo il Mille, divenne possedimento dei Canossa. E’ da questo periodo che il territorio comincia ad essere trasformato dall’opera dell’uomo con l’inizio della navigazione regolata sulle acque del Po e la comparsa delle prime opere di regolazione delle acque del Mincio.
Mantova vive il periodo di maggiore splendore della sua storia sotto il dominio dei Gonzaga che la resero una delle protagoniste del rinascimento italiano, invitando a corte artisti della portata di Andrea Mantenga, Leon Battista Alberti e Giulio Romano. Dopo essere stata governata da austriaci e francesi Mantova entrò a far parte del regno d’Italia. Nei primi anni del ‘900 il territorio divenne teatro delle grandi opere di bonifica che hanno dato alla ‘mantovana’ l’aspetto che oggi conosciamo

.Dal luglio 2008 la città d'arte lombarda con Sabbioneta, entrambe accomunate dall'eredità lasciata loro dai Gonzaga che ne hanno fatto tra i principali centri del Rinascimento italiano ed europeo, è stata inserita nella lista dei patrimonio dell'umanità dell'UNESCOMantova è stata eletta "Capitale della cultura italiana 2016"


A Mantova Vuelo è Gioielleria Piccinini



La nostra lunga storia inizia nel lontano 1936, quando Afro Piccinini inizia a lavorare a Mantova presso un laboratorio qualificato nella riparazione di orologi antichi e moderni.

Nel 1945 decide di avviare un’attività in proprio per la riparazione di orologi per conto di diversi negozi della città.

Nel 1955, con la collaborazione del fratello Arnaldo, apre un laboratorio nella centralissima Via Roma, e l’anno successivo inizia anche la commercializzazione di orologi antichi e moderni.


La nostra azienda conosce negli anni un grande sviluppo ed estende l’attività alla vendita di gioielleria antica.

Nel 1989, con l’ingresso in azienda del nipote Andrea, viene aperto un nuovo punto vendita sotto i portici del centro, all’interno della galleria “Corte Mercantile Apollo”, dove vengono venduti e riparati alcuni tra i più prestigiosi marchi di orologeria e gioielleria.

Il 31 agosto del 2012 l’azienda acquisisce una nuova e moderna ubicazione nella storica e centralissima Piazza Marconi: un punto vendita prestigioso, disposto su due piani, dove in oltre 350 metri di esposizione e laboratorio tecnico, si accolgono i clienti in un clima elegante, riservato e rilassato dove il dialogo incontra la bellezza.






sabato 12 dicembre 2015

Vuelo atterra in Milano

Il Vuelo di Cuervo y Sobrinos, atterra a Milano "capitale economica italiana" durante la rivoluzione industriale che coinvolse l'Europa nella seconda metà del XIX secolo, costituendo con Torino e Genova il "Triangolo industriale". Da questo periodo in poi, e soprattutto dal dopoguerra, subì un forte processo di urbanizzazione legato all'espansione industriale che coinvolse anche le città limitrofe, e fu meta principale durante il periodo dell'emigrazione interna.
Nell'ultimo secolo la città ha stabilizzato il proprio ruolo economico e produttivo, divenendo il maggiore mercato finanziario italiano; è inoltre una delle capitali mondiali della moda e del disegno industriale, e uno dei centri universitari italiani più importanti. Alle porte di Milano ha sede uno dei poli della Fiera di Milano, il maggiore polo fieristico d'Europa. Per questi motivi conquista il titolo di Città globale, classificandosi come l'unica città italiana nella lista delle Città Mondiali Alfa.
Dal 1º maggio al 31 ottobre 2015 Milano ha ospitato l'Expo, con lo slogan «Nutrire il pianeta, energia per la vita»; per questa manifestazione è stato costruito un sito espositivo di 110 ettari nei pressi della Fiera di Milano. Milano era già stata sede dell'esposizione universale del 1906, sul tema dei trasporti.

A Milano Vuelo è Gioielleria Tagliatti e Mamè






             Tagliatti e Mamè dal 1970 offrono a una selezionata clientela i loro capolavori d'artigianato nella boutique del gioiello prezioso . Pietre di valore e gemme rare vengono prima selezionate e poi garantite da proprietari e da esperti gemmologi dalla lunga esperienza, che ne certificano l'autenticità e le caratteristiche peculiari e analitiche. In laboratorio, oltre a creare personalmente i propri splendidi e raffinati modelli, si produce anche su richiesta, seguendo il disegno ed i desideri del cliente.

Da Tagliatti e Mamè si possono trovare inoltre, le firme più prestigiose nel campo dell'oreficeria ed un'ampia scelta di orologeria di gran classe firmata Zenith, Breitling, Eberhard, Oris Raimond, Weill, Locman, oltre a modelli speciali e vintage.














sabato 5 dicembre 2015

il Culto del Monogramma di Ileana Munno

"Il lusso è una disciplina." Karl Lagerfeld

LA MODA DELLE "CIFRE"
E' stato il tormento modaiolo dell' anno passato e sembra che durerà nel tempo. Burberry al riguardo lo scorso Settembre ha lanciato "Scarf Bar" ovvero sciarpe del noto marchio a cui è possibile mettere le iniziali del proprio nome e cognome. Louis Vuitton già qualche mese prima aveva proposto "Mon Monogram": la classica borsa della maison personificata. Ma quando e come nasce il mito del monogramma?





LA STORIA DEL MONOGRAMMA 
La vera storia del monogramma sembra sia legata alle caratteristiche comune delle camicie degli uomini business. A causa dei modelli e colori simili, quando si portavano a lavare spesso capitava di confonderle, nacque così l'idea d'incidere le iniziali del proprio nome e cognome su di esse. Il monogramma era dunque legato ad un fattore di riconoscimento. Esiste una storia secondaria secondo cui il culto delle cifre ( nel gergo comune le iniziali ndr ) risale invece alle famiglie povere e numerose in cui ogni figlio aveva la sua camicia contraddistinta dalle sue iniziali. 
Con il passare del tempo il monogramma ha acquistato prestigio, fin alla nostra epoca. 


IL MONOGRAMMA SULLA CAMICIA
Attualmente le iniziali vengono riportate soprattutto nelle camicie realizzate su misura da un sarto, per distinguerle da quelle industriali. E' consuetudine riportare prima l'iniziale del nome e in seguito quella del cognome, ma dipende molto da un fattore di assonanza. Solitamente si posizione le cifre in maiuscolo o minuscolo, sul lato sinistro all'altezza del quinto bottone partendo dall'alto.  Come riportato sul blog "Camicia e Cravatta" sulla posizione del monogramma : "Polsini e colletto sono piuttosto popolari ultimamente ma possono sembrare una scelta pretenziosa.
 Il monogramma non ha alcuna funzione oggigiorno, quindi non e’ necessario inserirlo in un punto cosi evidente. Collocare il monogramma sul colletto o sul polsino della camicia fa apparire, a seconda di chi la indossa, o snob o insicuro e,  soprattutto,  colletti e polsini sono ormai una scelta troppo inflazionata.  L’ideale sarebbe collocare le vostre iniziali in un punto frontale della camicia, che non sia visibile quando si indossa la giacca, se non sbottonata. Prendete in considerazione la parte sinistra frontale della camicia all'altezza di un 4 cm circa al di sopra del punto vita dei pantaloni.  In questo modo il monogramma sara’ visibile solo con giacca sbottonata e non verrà’ posto di fronte al vostro interlocutore in maniera troppo evidente, come succederebbe invece se fosse posizionato all'altezza del petto o sul taschino, se presente."   




LE INIZIALI SULLE POCHETTE
Il culto del monogramma tuttavia non riguardava solo le camicie, ma si è diffuso anche per il fazzoletto da taschino. Un dettaglio fondamentale per il perfetto dandy e gentleman, ma anche alle donne che non riescono a rinunciare al lavoro sartoriale,  da collocare nel taschino della giacca ( da cui il nome ndr ). I canoni della personalizzazione sono gli stessi utilizzati per la camicia, iniziale del nome e del cognome puntate. Il ricamo può avvenire a macchina o a mano, consigliabile quest'ultimo. 

"LE CIFRE NELL'ALTA MODA
Come precedentemente affermato, questo uso delle iniziali oggi ha preso il sopravvento anche nell'alta moda. Le più grandi maison si sono adoperate per la realizzazione di capi e accessori personalizzabili. Hit girl come Olivia Palermo, Sarah Jessica Parker e Candice hanno sfoggiato i loro monogrammi durante le diverse fashion week, fino a rendere il monogramma  l'idea del lusso. 

IL MONOGRAMMA COME STILE DI VITA
"Il monogramma è il lusso per pochi, un'incisione che coltivi e curi nel tempo. E' la ricerca del dettaglio, del lavoro sartoriale e corrisponde al "metterci la faccia". Queste sono le parole offerte dalla mia sarta di fiducia riguardante il "culto del monogramma"...

E se la vita è una, tanto vale viverla su misura.   


si ringrazia per la pubblicazione Muse Ispiratrici