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mercoledì 6 gennaio 2016

50 ANNI E LE IDEE MOLTO CHIARE: Oliviero Toscano. di Davide Rota - foto di Matteo Cherubino

Chiamarlo fotografo è riduttivo. Personaggio poliedrico, è stato uno dei protagonisti degli ultimi 50 anni tra arte, fotografia, progetti editoriali e sociali. Un uomo che ha fatto del mondo la propria casa, ma che non ha problemi a parlare della sua città natale.
Il titolo del suo nuovo libro, sintesi delle sue più importanti battaglie in giro per il mondo, è Più di 50 anni di magnifici fallimenti. Perché questa scelta?
Questo libro è nato perché tutti mi hanno chiesto di farlo, i miei amici e le persone a me più vicine mi hanno convinto. E io l’ho fatto. Ma resto dell’idea che la fotografia non serva per fare libri o per le esposizioni fotografiche. La fotografia è semplicemente uno strumento utile ai mezzi di comunicazione di massa, è una cosa seria che non serve per il proprio compiacimento estetico. Non è un fine, ma un mezzo, per andare da qualche parte e dire qualcosa a qualcuno.

Cosa si ricorda della Milano della sua infanzia?
Mio padre è nato in via Cappellari, vicino a piazza del Duomo; da ragazzo, nel 1920 circa, vendeva le gazzose sul Duomo ed è diventato poi il primo reporter del Corriere della Sera. Io sono nato sotto le bombe del ‘42, però, compiuti sette mesi, i miei decisero di scappare a causa dei bombardamenti e ci trasferimmo a Clusone (in provincia di Bergamo) in una casa di contadini. Lì sono rimasto fino ai sette anni, quando ho iniziato ad andare a scuola. Mi ricordo che io e i miei amici eravamo ragazzi di strada: giocavamo ai tollini (un gioco con i tappi, NdR), alle biglie in mezzo alle macerie. Era tutto bellissimo, Milano era bellissima. Un grande parco giochi per noi che eravamo piccoli. E per fortuna in quel periodo c’erano due cinematografi e io, la mattina alle otto, invece di andare a scuola andavo al cinema. Quindi Milano è dove mi sono formato sulla cultura cinematografica degli anni Cinquanta. E trovo che sia stato molto più istruttivo, e meno noioso, della scuola.

Quali differenze e analogie con la Milano odierna?
Vivevamo in una zona che non riconosco più, che è radicalmente cambiata, all’angolo tra corso Como e piazza XXV Aprile. Andavo a scuola lì vicino e passavo i pomeriggi al 10 di corso Como che allora non era lo spazio della moda e del design, ma solo il primo centro di imbottigliamento della Coca Cola. Io e gli altri ragazzini andavamo armati di spazzoline a pulire le bottiglie che tornavano indietro sporche. La ricompensa? Una Coca Cola, che per noi era un lusso. E questa alla fine è stata un po’ la storia e la fortuna di Milano: lo sfruttamento minorile, degli immigrati, della gente del Sud… E ricorderò sempre le parole di mia madre, che fino alla fine mi ha ripetuto: “Oliviero, da quando Milano non è più generosa, ha perso la sua forza”. E aveva ragione, guarda cosa succede oggi per esempio.

A Milano o in generale in Italia?
Milano è fortunata. Ho seguito la campagna di Giuliano Pisapia e sono molto soddisfatto dal lavoro che ha svolto come sindaco. Soprattutto considerando quanto sia difficile come città. Non so se ha fatto tanto o poco, non ho un metro per giudicare così bene le cose, ma so che è stato in grado di rimettere Milano su un binario per il futuro. Certo si potrebbe fare anche di più, perché resta una città fatta di eccellenze in diversi campi, come poche altre al mondo possono vantare. Ma il problema forse è proprio questo. Come l’Italia intera, anche Milano produce tantissimi individui che rappresentano l’eccellenza nel loro campo, ma che proprio per questo non sono in grado di fare sistema e i risultati si vedono.

Si riferisce forse a Expo? Nei mesi scorsi non ha usato parole dolci nei confronti della manifestazione internazionale. Sempre della stessa idea?
Io resto fedele alla mia idea. Tutti fanno finta di niente, ma rimango convinto che sia stato interamente creato intorno a un interesse privato e di accordi con le multinazionali. È stata una grande paninoteca a cielo aperto, ma non ho visto nessuna soluzione per nutrire il pianeta. Fin dall’inizio ho sostenuto che tutto questo sia servito a smuovere un po’ le cose, ha dato lavoro a tanta gente e comunque questo genere di iniziative funzionano. Ma quanto è costato? Il problema è molto semplice: quando Milano vinse con fatica il concorso contro Smirne, insieme a Sgarbi e a una serie di persone pensai a un progetto ispirato alla mia milanesità. Un progetto per portare in città tutti i vari problemi che il mondo non ha il coraggio di guardare: immigrazione, razzismo, lavoro giovanile, discriminazione femminile… Quando portammo questa idea a chi allora era a capo di tutta la baracca, ci dissero che mostrare queste criticità a Milano non avrebbe mai funzionato.

Nel 2007 però ha dato inizio al suo progetto Razza Umana. Tratta di tematiche simili.
Sì, certamente è un progetto legato a questo tipo di tematiche e da allora prosegue ininterrotto, tra poco infatti tornerò in Sud America e poi in Africa.

Ha avuto un grande successo…
In realtà io non lo faccio per avere un feedback da qualcuno, non è un lavoro che ho fatto per avere consenso. Anzi, se c’è consenso, ci si dovrebbe chiedere se c’è qualcosa che non va. Quando tutti mi danno ragione forse vuol dire che ho sbagliato qualcosa.

Una lezione da non dimenticare che l’ha sempre guidata nei suoi lavori?
Assolutamente. Mi ricordo nitidamente di aver proposto un reportage sul primo concerto italiano dei Beatles circa 50 anni fa a L’Europeo, ma la redazione mi rispose che non sarebbero durati più di sei mesi e di non perderci tempo. Io andai comunque a seguire il concerto e per me fu un’opportunità unica per fotografare l’espressione della mia generazione. Poi una redattrice di Annabella mi propose di fare alcuni scatti di moda e io molto semplicemente scesi nel cortile della Rizzoli e fotografai i tanto famosi cappotti colorati. E da quel momento tutti iniziarono a chiedermi di fare fotografie di moda.

Quindi un inizio casuale in questo mondo?
Uno che fa solamente il fotografo di moda non può ritenersi un fotografo. Io non ero particolarmente interessato a questo genere di scatti. L’unica cosa che poteva interessarmi erano le ragazze (ride, NdR).

Oliviero Toscani Club Milano

Domanda di rito che non posso evitare: con l’avvento del digitale come sono cambiate le cose?
Non è cambiato granché, anzi mi dà un po’ fastidio parlarne, perché la tecnologia non mi entusiasma, come non mi entusiasmano gli ultimi ritrovati tecnologici. La tecnologia è sempre vecchia, guarda sempre indietro e non ci può parlare del futuro. Il futuro è immaginazione e basta, al contrario della tecnologia. Infatti abbiamo paura del futuro perché non abbiamo più il coraggio di incontrarlo.

Lei non ha avuto paura di incontrarlo, il futuro. Ha lavorato con alcuni dei nomi più illustri dell’eccellenza italiana, ad esempio con Elio Fiorucci, scomparso lo scorso 20 luglio.
Elio Fiorucci è sempre stato un amico, fin dal principio degli anni Sessanta quando entrambi stavamo iniziando. Ci vedevamo molto spesso a Londra perché lui era interessatissimo a quella città e io vi ero legato perché ci avevo studiato per qualche mese nel ‘62 e ci tornavo spesso. Lavoravo sempre di più per i giornali e lui iniziava ad attirare sempre più simpatie da parte della stampa perché proponeva sempre cose nuove e di tendenza. E da lì tutto è cominciato.

Ha lavorato a stretto contatto anche con Flavio Lucchini di Superstudio, cosa ci può raccontare di quell’esperienza?
Non ho mai avuto uno studio veramente mio. In realtà l’ho avuto per poco tempo in via Argelati di fronte a quello di Joe Colombo, ma è durato poco perché non mi piaceva l’idea di essere legato a qualcosa, a un luogo. Non mi sentivo libero. E anche con Flavio Lucchini è stato lo stesso, andavo a lavorare da lui ogni tanto quando non ero in redazione. E poi un giorno ci siamo detti: “Perché non prendiamo uno studio insieme in affitto?”. Si faceva già a Parigi e a Londra, a Milano invece si andava in quelli di altri fotografi o si faceva tutto in esterno. Cominciammo a cercare, e io trovai lo spazio dove ora sorge Superstudio. Mi piaceva quella zona, c’erano ancora le fabbriche funzionanti e di giorno era pieno di operai con la schiscetta, altro che fighetti della moda di oggi. Ci interessammo e ci accordammo per comprarlo. Un lunedì mi aspettavano a Milano per firmare il compromesso, ma c’era qualcosa che non mi tornava… Costava 80 milioni di lire a testa e la domenica prima mentre ero a cavallo con mia moglie in Toscana, dove già vivevo, passammo di fianco a un terreno di circa 10 ettari che mi aveva sempre fatto gola e c’era il contadino. Gli chiesi se si era deciso a vendermelo oppure no. La domenica chiamai Lucchini, gli dissi che ero fuori e che avevo trovato quel terreno. Lui mi disse: “Me l’aspettavo”. Da allora, quando vengo a Milano vado lì a lavorare.

Lei è molto legato alla stampa e al mondo delle riviste…
Sì e il mio sogno nel cassetto è diventare direttore de Il Corriere della Sera. E questo devi scriverlo (lo dice ridendo, NdR): finalmente il Corriere non avrebbe più problemi e farebbe il record di copie. Farei un giornale fantastico.

La proporremo certamente. Però ha già dato il via a un progetto editoriale, giusto?
Ho creato la rivista Colors quasi trent’anni fa e ritengo che sia ancora un progetto attuale. Tutto è nato durante la mia collaborazione con Benetton, perché avevo una marea di fotografie che la stampa rifiutava perché troppo d’impatto e socialmente impegnate. Erano ritenute scandalose e scomode. E allora parlai con Luciano Benetton e gli proposi di investire su un house organ, lui capì subito e mi disse: “So già cosa farai…” e feci Colors. È nato come il giornale che parlava del resto del mondo ed era un mio esperimento. Ora vorrei fare un quotidiano e spero che mi diano il Corriere.

E per quanto riguarda Fabrica?
È andata più o meno nello stesso modo: volevo creare un centro ricerche e le ho dato vita. Ma ora non la seguo più.

È stato un incontro fortunato quello tra lei e Benetton.
Come diceva Frank Lloyd Wright: “La qualità dell’architettura dipende dall’intelligenza del committente”, se questo non è intelligente nessun artista può produrre qualcosa di magnifico. Benetton lo è sempre stato. E la rottura fra noi è avvenuta come una conseguenza inevitabile. Tre anni prima di quanto hanno scritto i giornali, ci siamo accordati perché alla nascita di Fabrica io lasciassi, non volevo diventare un impiegato che timbra il cartellino. Me ne sono andato dopo aver finito la serie sui detenuti nel braccio della morte negli Stati Uniti. Quello che hanno raccontato è stata una montatura perché la
gente ha sempre bisogno di trovare una spiegazione alle cose.



Intervista pubblicata su Club Milano 29, novembre – dicembre 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

sabato 5 dicembre 2015

il Culto del Monogramma di Ileana Munno

"Il lusso è una disciplina." Karl Lagerfeld

LA MODA DELLE "CIFRE"
E' stato il tormento modaiolo dell' anno passato e sembra che durerà nel tempo. Burberry al riguardo lo scorso Settembre ha lanciato "Scarf Bar" ovvero sciarpe del noto marchio a cui è possibile mettere le iniziali del proprio nome e cognome. Louis Vuitton già qualche mese prima aveva proposto "Mon Monogram": la classica borsa della maison personificata. Ma quando e come nasce il mito del monogramma?





LA STORIA DEL MONOGRAMMA 
La vera storia del monogramma sembra sia legata alle caratteristiche comune delle camicie degli uomini business. A causa dei modelli e colori simili, quando si portavano a lavare spesso capitava di confonderle, nacque così l'idea d'incidere le iniziali del proprio nome e cognome su di esse. Il monogramma era dunque legato ad un fattore di riconoscimento. Esiste una storia secondaria secondo cui il culto delle cifre ( nel gergo comune le iniziali ndr ) risale invece alle famiglie povere e numerose in cui ogni figlio aveva la sua camicia contraddistinta dalle sue iniziali. 
Con il passare del tempo il monogramma ha acquistato prestigio, fin alla nostra epoca. 


IL MONOGRAMMA SULLA CAMICIA
Attualmente le iniziali vengono riportate soprattutto nelle camicie realizzate su misura da un sarto, per distinguerle da quelle industriali. E' consuetudine riportare prima l'iniziale del nome e in seguito quella del cognome, ma dipende molto da un fattore di assonanza. Solitamente si posizione le cifre in maiuscolo o minuscolo, sul lato sinistro all'altezza del quinto bottone partendo dall'alto.  Come riportato sul blog "Camicia e Cravatta" sulla posizione del monogramma : "Polsini e colletto sono piuttosto popolari ultimamente ma possono sembrare una scelta pretenziosa.
 Il monogramma non ha alcuna funzione oggigiorno, quindi non e’ necessario inserirlo in un punto cosi evidente. Collocare il monogramma sul colletto o sul polsino della camicia fa apparire, a seconda di chi la indossa, o snob o insicuro e,  soprattutto,  colletti e polsini sono ormai una scelta troppo inflazionata.  L’ideale sarebbe collocare le vostre iniziali in un punto frontale della camicia, che non sia visibile quando si indossa la giacca, se non sbottonata. Prendete in considerazione la parte sinistra frontale della camicia all'altezza di un 4 cm circa al di sopra del punto vita dei pantaloni.  In questo modo il monogramma sara’ visibile solo con giacca sbottonata e non verrà’ posto di fronte al vostro interlocutore in maniera troppo evidente, come succederebbe invece se fosse posizionato all'altezza del petto o sul taschino, se presente."   




LE INIZIALI SULLE POCHETTE
Il culto del monogramma tuttavia non riguardava solo le camicie, ma si è diffuso anche per il fazzoletto da taschino. Un dettaglio fondamentale per il perfetto dandy e gentleman, ma anche alle donne che non riescono a rinunciare al lavoro sartoriale,  da collocare nel taschino della giacca ( da cui il nome ndr ). I canoni della personalizzazione sono gli stessi utilizzati per la camicia, iniziale del nome e del cognome puntate. Il ricamo può avvenire a macchina o a mano, consigliabile quest'ultimo. 

"LE CIFRE NELL'ALTA MODA
Come precedentemente affermato, questo uso delle iniziali oggi ha preso il sopravvento anche nell'alta moda. Le più grandi maison si sono adoperate per la realizzazione di capi e accessori personalizzabili. Hit girl come Olivia Palermo, Sarah Jessica Parker e Candice hanno sfoggiato i loro monogrammi durante le diverse fashion week, fino a rendere il monogramma  l'idea del lusso. 

IL MONOGRAMMA COME STILE DI VITA
"Il monogramma è il lusso per pochi, un'incisione che coltivi e curi nel tempo. E' la ricerca del dettaglio, del lavoro sartoriale e corrisponde al "metterci la faccia". Queste sono le parole offerte dalla mia sarta di fiducia riguardante il "culto del monogramma"...

E se la vita è una, tanto vale viverla su misura.   


si ringrazia per la pubblicazione Muse Ispiratrici






  




giovedì 12 novembre 2015

Chi porta i pantaloni? di Ileana Munno


Quando esci per comprarti dei pantaloni, sii carino con te stesso. Se ne provi un paio che ti stanno male, non prenderlo come un fallimento personale. Levateli, rimettili in mano alla commessa ed esci dal negozio a testa alta, continuando a cercare. I pantaloni giusti sono come la persona giusta: prima o poi, arrivano!".Anne Hathaway

Chi è che porta i pantaloni? E' questo uno dei famosi detti che veniva utilizzato nell'epoca precedentemente per differenziare il sesso maschile dal sesso femminile.  Un modo di dire per dimostrare la superiorità, nel rapporto di coppia, dell'uomo rispetto la donna. Con il passare degli anni e grazie a donne come Amelia Bloomer ( continua a leggere per capire ndr ), questo detto è andato via via scomparendo. Ma rimane un dubbio, perché i pantaloni nascono per l'uomo?


LA NASCITA DEI CALZONI
I primi pantaloni fecero la loro comparsa in Persia numerosi secoli prima di Cristo ed era utilizzati soprattutto per la loro comodità nel cavalcare. Entrarono in seguito nell'uso maschile quotidiano nella popolazione romana con il nome di braghe, espressione oggi giorno presente ma raramente utilizzata. Nel corso dei secoli i pantaloni ebbero numerose trasformazioni: negli anni Trenta del XVII secolo il duca di Brunswick, dopo aver visto una compagnia d'attori italiana che recitava indossando pantaloni dei Bisognosi: casacca e un paio di braghe prive di legature sotto al ginocchio e lunghe fino al polpaccio, decise di imitare il modello visto. Dal duca di Brunswick la moda venne interpretata in gran parti della Francia e degli stati limitrofi. La completa diffusione in Europa si deve tuttavia a Luigi XIV, che trasformò il costume maschile da virale a ricco di nastrini e vari tipi di pizzi. A dare un'ulteriore modifica al calzone fu il principe di Galles: Edoardo VII, che casualmente introdusse il risvolto: per non "infangarle", ripiegò le "braghe" sulla caviglia. Diventando così una vera e propria moda. Da Edoardo VII a Marlon Brando quando nel 1953 rese un vero e proprio fenomeno imprenditoriale e modaiolo un nuovo modello di pantalone, il blue jeans Levi Strauss.


LE DONNE E I PANTALONI
Amelia Bloomer nella metà dell'Ottocento fu la prima donna ad indossare i calzoni. Essi erano coperti da un abito fino al ginocchio e ciò nonostante vennero considerati scandalosi all'epoca.
Dalla Bloomer a Coco Chanel, che indossò i pantaloni maschili per le sue giornate a cavallo. Anche quest'ultima venne inizialmente critica per tale scelta, in seguito divenne un esempio di stile grazie alla sua capacità di riuscire ad unire lo stile femminile a capi maschili. Certo è il merito attribuito alla stilista per aver abbattuto il mito dei pantaloni, indossati precedentemente esclusivamente dall'uomo. Ormai il calzone non è più un tabù per la donna, ma basterebbe pensare alle signore più anziane che ancora, nonostante ormai sia diventato al 100% capo del guardaroba femminile, continuano ad indossare unicamente gonne.
ABBOTTONATURA E CERNERIA
I pantaloni dal punto di vista estetico possono avere due tipi d'apertura:

- Abbottonata, come lo stesso nome suggerisce, essa è realizzata attraverso l'utilizzo del bottone. Quest'ultimo è legato a un lembo e funziona in accoppiata con l'occhiello o l'alamaro. Tale caratteristica del pantalone è utilizzata nei pantaloni classici ( spesso lavorati dal sarto ndr ) da uomo e da donna.

- Cerniera, tipo di chiusura che lega due lembi di tessuto. Il primo ad utilizzare un meccanismo simile alla zip, fu l'inventore della macchina da cucire: Elias Howe. Con il passare degli anni questo sistema venne migliorato, fino all'attuale utilizzo. Esso è prettamente utilizzato nei jeans femminili o pantaloni industriali.


IL PANTALONAIO E IL CASO AMBROSI

La figura del pantalonaio è ormai in via di estinzione, esso è riferito al lavorante di sartoria specializzato nella realizzazione di pantaloni. Attualmente in Italia tale lavoro è rappresentato al meglio da Salvatore Ambrosi, erede del laboratorio di famiglia. In tre quarti d'ora il pantalone Ambrosi è pronto per essere provato, realizzato per il 95% a mano, prevede la lavorazione a macchina solo per le cuciture interne delle gambe. In un'intervista per GQ afferma: "Non ho cartamodelli, impazzirei! Qui si taglia direttamente la stoffa dopo aver preso le misure del cliente". Un lavoro che ha condotto il pantalonaio nostrano a vestire principi arabi, magnati asiatici, americani e oligarchi russi.

I PANTALONI OGGI
Attualmente il pantalone non conosce confini, ne alcun tipo di distinzione. Sarà l'inizio di una nuova epoca: "Chi è tra i due che porta la gonna?".


 L'articolo è integralmente tratto dal blog Muse Ispiratrici che ringraziamo per la pubblicazione.


giovedì 6 agosto 2015

RUM, CADILLAC E MUSICA : di Samanta Colombo


Acque cristalline, una natura rigogliosa, architetture raffinate e una vita culturale vivace: tutto questo è Cuba, isola dai mille volti nel cuore dei Caraibi, da scoprire in ogni suo angolo. 







Adagiata nel cuore dei Caraibi, Cuba è un’isola dai mille volti, crocevia di culture e insieme di paesaggi dissimili, in grado di dar vita a uno dei luoghi più incantevoli del mondo. Sono gli oltre 600 chilometri di spiagge che scivolano lungo la costa a colpire per primi, gli stessi che hanno conquistato gli esploratori europei approdati qui cinque secoli fa. In questa distesa all’apparenza infinita, la provincia di Holguín, nella parte occidentale dell’isola, accoglie i riflessi dorati della sabbia di Guardalavaca e di Playa Esmeralda, poco distanti dalla barriera corallina. Al lato opposto dell’isola lo spettacolo non è da meno: nell’area di Matanzas è infatti possibile lasciarsi accecare dal bianco della spiaggia di Varadero, a più voci definita come una delle più affascinanti del mondo. Lungo queste coste non è improbabile scoprire la compagnia dei delfini: tutte caratteristiche che fanno del turismo la vocazione principale dell’area.

Accanto alle spiagge non va tuttavia dimenticato il patrimonio naturale dell’isola caraibica, tra cui i parchi naturali nei quali la vegetazione cresce rigogliosa, come l’arcipelago di Jardines del Rey, che ha ispirato anche la penna di Ernest Hemingway per il suo Isole nella corrente. Tra dune sabbiose e mangrovie lussureggianti, fenicotteri e acque cristalline, in queste terre immerse nell’Atlantico si approda sull’isolotto calcareo di Cayo Largo, con le sue aree naturali e protette.

Il mare di Cuba non presenta tuttavia solo una gamma di sfumature che vanno dal celeste diafano al turchese più intenso, ma anche una fauna prosperosa: le acque calde dei Caraibi a sud, quelle dell’Atlantico a nord e il vicino Golfo del Messico, con la sua corrente tiepida, accolgono coralli multicolore, crostacei, tartarughe marine, una miriade di specie ittiche e persino alcuni lamantini.
In questa natura incomparabile, la storia ha lasciato a Cuba tracce tangibili e variegate, un caleido-scopio di stili artistici e architettonici. Basti pensare a Baracoa, la città più antica che con le sue case coloniali, domina solitaria la punta nordorientale, protetta da foreste vergini e dall’altopiano di El Yunque, mentre nelle sue strade risuona il changüí (musica che fonde la tradizione spagnola con le percussioni africane). L’eleganza coloniale fa mostra di sé anche a Camaguey: il centro storico è un intrico di strade nelle quale sono incastonate chiese barocche e statue uniche, con una particolarità: i tinajones, tipici vasi di terracotta, utilizzati in origine per la raccolta dell’acqua piovana e disseminati in ogni angolo.

Sulla costa meridionale, in quella Santiago de Cuba dove nel 1953 si è accesa la miccia della Revolución, si erge invece l’imponente castello di El Morro, poco lontano da una delle mete di pellegrinaggio più rinomate dell’isola, la basilica di Nuestra Senora de la Caridad del Cobre. Diversa l’atmosfera a Santa Clara, dove ha sede il Mausoleo Che Guevara che custodisce le spoglie del Che e dei suoi compañeros caduti in Bolivia con altri combattenti.






Se la storia dell’isola cubana si dipana tra contraddizioni ed è in grado di generare in chi vi si accosta le opinioni più disparate, esattamente come i suoi sempre mutevoli paesaggi, nondimeno è vivace la sua vita culturale. Ad esempio, è possibile entrare in contatto con la musica più viscerale, solo varcando la soglia delle numerose Casa de la trova, una tradizione antica di voci e chitarre, che vede tra i suoi maggiori esponenti un’artista come Compay Segundo. Questa vivacità non può che esprimersi al meglio nella capitale: L’Avana non èuna semplice città, bensì un ricettacolo di cultura. Separata dal mare dalla lunga via del Malécon, il viale su cui da un lato si affacciano le antiche case e dall’altro s’infrangono i flutti del Golfo,è essa stessa l’essenza di Cuba. Dalle viuzze de L’Avana  Vecchia, patrimonio Unesco con ben un migliaio di monumenti concentrati nelle sue vie, fino alla periferia, sono le strade a pulsare di vita: automobili anni Cinquanta, echi di musica e passi di danza si fondono tra negozi di libri e locali di ogni tipo dove sorseggiare un mojito nella sua terra natia. L’Avana è uno dei centri culturali più ferventi dei Caraibi e del mondo intero, che custodisce sì la propria storia secolare e celebra la rivoluzione, ma pure guarda al futuro. E questa è un’altra delle caratteristiche di Cuba, una sorta di energia senza fine, una fucina creativa vitale e inesauribile, palpabile in ogni dove.

domenica 19 luglio 2015

Chucho Valdés

Jesús Dionisio Valdés, meglio conosciuto come Chucho Valdés (Quivicán, 9 ottobre 1941), è un pianista, compositore e arrangiatore cubano, è fra i più famosi musicisti cubani di jazz.
 
Valdés proviene da una famiglia di pianisti: in particolare il padre, Ramón Bebo, ha vinto un Grammy Award nel 2003 insieme a Israele "Cachao" López e Patato Valdés, ed un altro, nel 2005, insieme al cantante di flamenco Diego El Cigala.
"Mio padre mi ha insegnato tutto ciò che riguarda la musica cubana, la musica del Sud America, il jazz, e come lavorare con un'orchestra", ricorda Chucho. "Mi ha dato la cattedra di pianoforte, ed è rimasto in qualità di direttore, così ho potuto imparare a lavorare sotto un conduttore. Abbiamo fatto i nostri spettacoli e un milione di altre cose con cui orchestra, tra cui spettacoli accompagnano a Havana Hilton. Ho imparato molto lì. Lui è il mio idolo ", ha una pausa, poi continua. "Io non dico ero, il mio idolo. Lui è il mio idolo. Lui era il mio insegnante. Lui è ancora. "

Chucho suona il pianoforte dall'età di tre anni e sino ai sei viene costantemente seguito dai genitori; dopo, fino a nove anni, prende lezioni dal maestro Oscar M. Bouffartique e nel 1950, grazie al superamento dell'esame di ammissione, accede al Conservatorio di L'Avana. Da adolescente suona in alcune band della città dirette dal padre e a sedici anni entra a far parte dell'Orquesta de Musica Moderna sotto la direzione di Armondo Romeu. In quel periodo Valdés risente delle influenze musicali dell'amato cantante afro-cubano Benny Moré e del grande pianista e compositore cubano Ernesto Lecuona.

Dal 1963 ha suonato con Arturo Sandoval e Paquito D'Rivera con i quali, nel 1967, ha fondato l'Orquestra Cubana de Musica Moderna e, nel 1973, il gruppo Irakere (termine Yoruba che significa "foresta"), accreditato come la più importante orchestra jazz cubana.

Nel 1978 ha partecipato al Montreux Jazz Festival e al Newport Jazz Festival. Dopo aver firmato un contratto con la Blue Note Records Valdés ha concentrato le sue energie lavorando in diversi progetti con trii, quartetti oppure da solista. Ha lavorato, inoltre, con Roy Hargrove.

Chucho ha vinto cinque Grammy Awards: uno nel 1978 per l'album Live at Newport by Irakere, il secondo nel 1998 per il suo contributo al CD Havana della band Crisol (formata nel 1997), il terzo ed il quarto con due canzoni, rispettivamente "Mr. Bruce" e "Mambo para Roy" ed il quinto, nel 2003, per il suo album "Live at the Village Vanguard".

Nel 2012, Chucho riorganizzato i suoi Messaggeri afro-cubani che attualmente dispongono di Yaroldy Abreu, percussioni, Dreiser Durruthy Bombalé, tamburi Bata e voce; Reinaldo Melián, tromba, Gastón Joya, contrabbasso e Rodney Barreto, batteria.

La sua produzione più recente, Border-Free, è ancora un'altra espressione della continua ricerca musicale e l'evoluzione di Chucho Valdés come pianista, compositore, arrangiatore e direttore.



Considerato da molti critici il più importante musicista della Cuba post-rivoluzionaria, Valdés, continua a rimanere in prima linea tra gli artisti che sperimentano nuove sonorità attraverso la fusione di elementi afro, afro-cubani e afro-latini col jazz afro-americano. Tra le sue influenze musicisti egli cita artisti jazz americani come Art Tatum, Duke Ellington, Erroll Garner, Bud Powell, Dizzy Gillespie, Hank Jones, Bill Evans, e McCoy Tyner. Tuttora continua ad esplorare nuovi territori musicali, spesso accompagnato nelle sue performance dalla sorella cantante Mayra Caridad Valdés.

venerdì 29 maggio 2015

1000 Miglia con Cuervo y Sobrinos un pò di storia

COME NACQUE LA MILLE MIGLIA

Nel corso degli ultimi decenni, numerose sono state le ricostruzioni, più o meno fedeli, di come ebbe inizio la straordinaria epopea di quella che sarebbe poi stata conosciuta come «la corsa più bella del mondo».

La versione più nota, e ovviamente attendibile, è senza dubbio quella a firma di uno dei fondatori, Giovanni Canestrini, riportata sul suo famosissimo libro "Mille Miglia" edito nel 1967.

In queste pagine - riprese anche da Giovannino Lurani nell'altrettanto famoso "La storia delle Mille Miglia", nel 1979 - è descritto il memorabile episodio avvenuto il 2 dicembre 1926, giorno ormai riconosciuto ufficialmente come data di nascita della Mille Miglia.

Canestrini, con il suo stile venato da un pizzico di malcelata ironia, narra dell'arrivo nella sua casa milanese di Via Bonaventura Cavalieri del gruppo dei bresciani costituito da Franco Mazzotti, Aymo Maggi, Renzo Castagneto, (gli altri tre "moschettieri") e l'amico Flaminio Monti.

Il resto del racconto è ormai leggenda, fino all'intervento di Franco Mazzotti che pronuncia le fatidiche parole: "Coppa delle Mille Miglia".

La cronaca di Giovanni Canestrini, per quanto aderente ai fatti, risulta parziale e condizionata sia dalla volontà di non risvegliare antiche polemiche, sia dal periodo nel quale scrive, a poco più di due decenni dai tragici eventi che hanno visto la conclusione del regime fascista, dopo la guerra mondiale.

La lettura di un analogo articolo dello stesso Canestrini, pubblicato sul "numero unico" della Mille Miglia 1930, pur senza modificare minimamente la narrazione degli avvenimenti effettuata trentasette anni dopo, offre una visione più complessa - e più aderente alla realtà dell'epoca - di come autenticamente si svolsero i fatti, in quel fine autunno del 1926.

Per meglio comprendere come si giunse a quell'incontro in casa Canestrini, si deve tornare indietro nel tempo di alcuni anni, subito dopo la Prima Guerra Mondiale.

LA PRIMA MILLE MIGLIA: L'ORGANIZZAZIONE

A Brescia, comunque, non si scoraggiarono per nulla; le recenti vittorie in importanti competizioni ottenute rispettivamente da Aymo Maggi e dalle vetture O.M., la fabbrica di casa, tenevano alti gli animi.

La speranza era di poter schierare al via almeno una trentina di concorrenti, in quella che si riteneva sarebbe stata un'esperienza irripetibile: la prima, e unica, "Coppa delle Mille Miglia".

A questo punto della storia, i nostri eroi coinvolsero nell'organizzazione altri personaggi che, seppur oggi poco ricordati, sostennero ruoli indispensabili alla nascita della Mille Miglia: Armando Cougnet, Alfredo Giarratana e Augusto Turati.

La "Gazzetta", attraverso il direttore Emilio Colombo aveva offerto non solo la collaborazione del giornale, ma anche organizzativa, attraverso Cougnet, il "papà del Giro d'Italia ciclistico".

Fu deciso che Castagneto e Cougnet eseguissero rapidamente un giro di ricognizione del percorso, che fu frazionato in venti zone assegnate ad altrettanti fiduciari scelti tra i corrispondenti della Gazzetta dello Sport.

A costoro, sotto la direzione di Cougnet come al Giro d'Italia, fu affidato l'inquadramento dei controlli e dei passaggi nei diversi centri.

Il 18 gennaio 1927, l'A. C. Brescia inaugurava la sua nuova sede, dove cominciarono a giungere le prime iscrizioni: la prima fu quella di Zampieri, con una Amilcar CG SS.

Franco Mazzotti assunse l'incarico di Commissario della Manifestazione, Renzo Castagneto fu nominato Direttore di corsa e Segretario della manifestazione (incarichi che manterrà fino al 1957), Maggi, Giarratana e Oreste Bertoli Commissari Sportivi. Canestrini e l'ing. Ottavio Fuscaldo, progettista delle vetture O.M., Commissari Tecnici.




GLAMOUR
Un abito di colore marrone può trasformarsi in blu, diventando quindi un "giallo"?

Impossibile? No, se questo abito del 1950 è il più famoso della storia dell'automobilismo: si tratta del celebre doppiopetto indossato dal Conte Giannino Marzotto durante la sua vittoriosa Mille Miglia.

Le cronache del tempo di Manuel Vigliani, il "menestrello della Mille Miglia", narrano dello stupore e dello scetticismo con i quali fu accolto in Viale Venezia il rampollo della dinastia di Valdagno, i Marzotto fondatori di quello che è stato il più grande gruppo tessile italiano.

Alle punzonature di Piazza della Vittoria e poi alla partenza da Viale Venezia, Giannino -al volante della sua Ferrari 195 S berlinetta - sfoggiava un impeccabile abito con cravatta, subendo l'ironia dei professionisti e degli affermati campioni che indossavano la consueta tuta d'ordinanza.

I favoriti della vigilia risero un po' meno quando il giovane nobile vicentino, in maniera del tutto inaspettata, concluse la gara con uno strepitoso primo posto, consegnando il doppiopetto alla leggenda.

Per la cronaca, Giannino Marzotto confermò le sue doti di fuoriclasse ripetendo il successo nel 1953, questa volta indossando un più comodo maglione di cachemire, ma senza rinunciare alla cravatta. In entrambe le occasioni, al suo fianco c'era Marco Crosara, amico fin dall'infanzia.

Ciò che Vigliani non riportò nei suoi articoli è il colore dell'abito; le foto dell'epoca, ovviamente in bianco e nero, non sono di alcun aiuto, salvo per stabilire che il tessuto non è in tinta unita ma con una trama detta "occhio di pernice".

La Ferrari 195 S era di colore azzurro metallizzato e qualcuno scrisse che la cravatta indossata da Marzotto era in tinta con la vettura.

In un'intervista rilasciata alla Rai negli anni Settanta, Giannino Marzotto affermò che la giacca era di colore blu. Tale intervista è stata scovata negli archivi Rai da Ezio Zermiani che, in qualità di curatore del materiale audiovisivo del Museo della Mille Miglia, lo inserì nell'audio-guida del Museo stesso, dove l'abito fu esposto per due anni.

Logico quindi lo stupore dei visitatori del Museo quando, mentre ascoltavano il testo, si trovavano a osservare un abito che pareva amaranto (effetto ottico dato dalla trama dell'abito costituita da ordito e trama del tessuto con filati neri, beige e rossi).

Ma come era arrivato a Brescia il celebre completo? Nei primi anni Novanta, Giannino aveva estratto l'abito dalla naftalina e ne aveva fatto dono al Museo dell'Automobile Bonfanti di Romano d'Ezzellino, nei pressi di Bassano, del quale era presidente onorario.

All'atto dell'apertura del Museo della Mille Miglia - su richiesta del Club della Mille Miglia Franco Mazzotti - gli amici di Bassano lo concedettero in comodato al museo bresciano per un periodo di due anni, insieme alle coppe vinte da Marzotto alla Mille Miglia.


L'abito arrivò a Brescia completo di una camicia di seta color burro e di una cravatta a con disegno spigato di tonalità beige, al centro della quale una tarma aveva scavato un bel buco.

Il curatore della sezione moda e costume del Museo della Mille Miglia, il noto costumista teatrale Simone Valsecchi, decideva quindi di coprire il buco con una spilla.

All'inaugurazione del Museo, il 5 novembre 2004, con lo spirito che lo contraddistingue, Giannino Marzotto aveva pubblicamente affermato - tra un brindisi di buon augurio e l'altro - che non si riconosceva nell'immagine fornita al pubblico dal suo abito, in quanto la spilla sulla cravatta lo rendeva un po' "effemminato" (l'espressione originale fu molto più colorita e politicamente scorretta…). Marzotto aggiunse che la camicia e la cravatta non erano quelle originali e che avrebbe provveduto a portare a Brescia quelle giuste.

Un mese più tardi, sabato 11 dicembre, all'Hotel Vittoria, fu tenuta la riunione pre-natalizia del Club della Mille Miglia Franco Mazzotti, del quale Giannino Marzotto era presidente.

Prima del pranzo, il Conte aveva scherzosamente rinnovato il suo disappunto per la scarsa virilità dell'abito esposto con la spilla.

Giunta l'ora dei discorsi ufficiali, brandendo un panino al posto del microfono che non funzionava, Marzotto esclamava: «…quell'abito non è il mio, ma quello di un effeminato (eufemismo… N.d.A.); non lo riconosco, anche perché è l'unico doppiopetto che ho posseduto! Questo l'avranno comprato da Benetton. Per mettere le cose a posto, ho portato la camicia che indossavo quel giorno, fatta con la seta di un paracadute americano, e una cravatta appropriata. La spilla la regalo al presidente Bontempi (allora presidente di ACI Brescia)».

Mentre Giannino strizzava l'occhio al direttore del Museo, ci furono grandi risate tra chi ben conosceva la verve del Conte Marzotto che, notoriamente, indossava solo abiti a doppiopetto e che, appartenendo alla famiglia proprietaria di un immenso impero economico basato sull'industria tessile, oggi in concorrenza con i vicini Benetton, possedeva un ricco guardaroba.

Sconcerto, al contrario, tra i molti presenti privi di familiarità con lo spumeggiante campione dell'automobilismo; inevitabile che molti si chiedessero se l'abito esposto al Museo Mille Miglia fosse realmente quello originale, compresi gli inviati della stampa che, il giorno dopo, titolarono che l'abito non era di Marzotto.

Possiamo tranquillizzare gli appassionati: abito e camicia - allora esposti al Museo Mille Miglia e oggi al Museo dell'Automobile Bonfanti - sono quelli indossati da Giannino nel 1950 durante la corsa vittoriosa, mentre la cravatta non è quella originale, pur appartenendo allo stesso Marzotto.

Resta però il dubbio sul colore dell'abito. Aldilà di quanto, questa volta seriamente, affermato dallo stesso Marzotto all'inaugurazione del Museo (prima di vedere l'odiata e ambigua spilla) sull'autenticità dell'abito, il "giallo" è svelato in un capitolo del libro "La saga dei Marzotto", pubblicato da Giorgio Nada Editore a firma di Cesare De Agostini, uno dei più noti storici dell'automobile.

Sotto una foto di Giannino Marzotto, ritratto al Museo Bonfanti a fianco dell'abito, si legge: «Cominciò a far capolino una leggenda che, come sempre, era più bella della realtà: quel doppiopetto, di un colore vagamente rossiccio-marrone, divenne blu.

Il Conte che vince la Mille Miglia in doppiopetto blu era qualcosa di irresistibile per i giornalisti, già incuriositi dall'età del vincitore: ventidue anni, un record mai più battuto».

Nel corso di un colloquio informale con i soci del Club della Mille Miglia, Marzotto precisò: «In verità, nel 1950, partecipai a quella mia prima Mille Miglia convinto di ritirarmi per qualche problema all'auto. Temendo di dover affrontare un lungo viaggio di ritorno, magari con il treno, ritenni opportuno prendere il via vestito bene, in abito formale e cravatta». "Noblesse oblige", caro Conte…

Sessantadue anni dopo quella vittoria, il 14 luglio 2012, il Conte Giannino Marzotto ci ha lasciati, all'età di ottantaquattro anni, mantenendo - fino a pochi mesi dalla sua scomparsa - un'acutezza intellettuale notevolissima, condita da un pizzico di spirito goliardico.

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, ha scoperto una carica vitale inarrestabile, tale da sorprendere chi si attende un atteggiamento di ben altra natura, da un personaggio di tale fama e lignaggio.

Un episodio emblematico ha ancor più commosso chi lo ha ammirato: Marco Crosara, coetaneo e compagno di vita e di avventure di Giannino, nonché suo coéquipier nelle due Mille Miglia vittoriose, si è spento il 19 luglio, cinque giorni dopo il suo grande amico. Forse per ricomporre l'equipaggio vincente…

2015

 Juan Tonconogy e Guillermo Berisso, su Bugatti T 40 del 1927 sono i vincitori a Mille Miglia 2015.

Secondo posto per Andrea Vesco e Andrea Guerini, su FIAT 514 MM 1930. Terzo Ezio Martino Salviato e Caterina Moglia su Bugatti T 40,1928.

Marzio Villa e Maria Cristina Abello, su FORD A DELUXE del 1931, con una straordinaria posizione nella classifica finale.

Marzio Villa e Maria Cristina Abello  indossando i colori di Cuervo y Sobrinos un  omaggio per le automobili d'epoca che sono sempre stati un simbolo di lusso raffinato, lo stesso lusso del marchio dalla sua creazione..
L'obiettivo finale della Mille Miglia, dopo più di 1600 km di strade spettacolari, attraversando le più belle città italiane tra paesaggi naturali spettacolari.