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giovedì 12 novembre 2015

Chi porta i pantaloni? di Ileana Munno


" Quando esci per comprarti dei pantaloni, sii carino con te stesso. Se ne provi un paio che ti stanno male, non prenderlo come un fallimento personale. Levateli, rimettili in mano alla commessa ed esci dal negozio a testa alta, continuando a cercare. I pantaloni giusti sono come la persona giusta: prima o poi, arrivano!".Anne Hathaway

Chi è che porta i pantaloni? E' questo uno dei famosi detti che veniva utilizzato nell'epoca precedentemente per differenziare il sesso maschile dal sesso femminile.  Un modo di dire per dimostrare la superiorità, nel rapporto di coppia, dell'uomo rispetto la donna. Con il passare degli anni e grazie a donne come Amelia Bloomer ( continua a leggere per capire ndr ), questo detto è andato via via scomparendo. Ma rimane un dubbio, perché i pantaloni nascono per l'uomo?


LA NASCITA DEI CALZONI
I primi pantaloni fecero la loro comparsa in Persia numerosi secoli prima di Cristo ed era utilizzati soprattutto per la loro comodità nel cavalcare. Entrarono in seguito nell'uso maschile quotidiano nella popolazione romana con il nome di braghe, espressione oggi giorno presente ma raramente utilizzata. Nel corso dei secoli i pantaloni ebbero numerose trasformazioni: negli anni Trenta del XVII secolo il duca di Brunswick, dopo aver visto una compagnia d'attori italiana che recitava indossando pantaloni dei Bisognosi: casacca e un paio di braghe prive di legature sotto al ginocchio e lunghe fino al polpaccio, decise di imitare il modello visto. Dal duca di Brunswick la moda venne interpretata in gran parti della Francia e degli stati limitrofi. La completa diffusione in Europa si deve tuttavia a Luigi XIV, che trasformò il costume maschile da virale a ricco di nastrini e vari tipi di pizzi. A dare un'ulteriore modifica al calzone fu il principe di Galles: Edoardo VII, che casualmente introdusse il risvolto: per non "infangarle", ripiegò le "braghe" sulla caviglia. Diventando così una vera e propria moda. Da Edoardo VII a Marlon Brando quando nel 1953 rese un vero e proprio fenomeno imprenditoriale e modaiolo un nuovo modello di pantalone, il blue jeans Levi Strauss.


LE DONNE E I PANTALONI
Amelia Bloomer nella metà dell'Ottocento fu la prima donna ad indossare i calzoni. Essi erano coperti da un abito fino al ginocchio e ciò nonostante vennero considerati scandalosi all'epoca.
Dalla Bloomer a Coco Chanel, che indossò i pantaloni maschili per le sue giornate a cavallo. Anche quest'ultima venne inizialmente critica per tale scelta, in seguito divenne un esempio di stile grazie alla sua capacità di riuscire ad unire lo stile femminile a capi maschili. Certo è il merito attribuito alla stilista per aver abbattuto il mito dei pantaloni, indossati precedentemente esclusivamente dall'uomo. Ormai il calzone non è più un tabù per la donna, ma basterebbe pensare alle signore più anziane che ancora, nonostante ormai sia diventato al 100% capo del guardaroba femminile, continuano ad indossare unicamente gonne.
ABBOTTONATURA E CERNERIA
I pantaloni dal punto di vista estetico possono avere due tipi d'apertura:

- Abbottonata, come lo stesso nome suggerisce, essa è realizzata attraverso l'utilizzo del bottone. Quest'ultimo è legato a un lembo e funziona in accoppiata con l'occhiello o l'alamaro. Tale caratteristica del pantalone è utilizzata nei pantaloni classici ( spesso lavorati dal sarto ndr ) da uomo e da donna.

- Cerniera, tipo di chiusura che lega due lembi di tessuto. Il primo ad utilizzare un meccanismo simile alla zip, fu l'inventore della macchina da cucire: Elias Howe. Con il passare degli anni questo sistema venne migliorato, fino all'attuale utilizzo. Esso è prettamente utilizzato nei jeans femminili o pantaloni industriali.


IL PANTALONAIO E IL CASO AMBROSI

La figura del pantalonaio è ormai in via di estinzione, esso è riferito al lavorante di sartoria specializzato nella realizzazione di pantaloni. Attualmente in Italia tale lavoro è rappresentato al meglio da Salvatore Ambrosi, erede del laboratorio di famiglia. In tre quarti d'ora il pantalone Ambrosi è pronto per essere provato, realizzato per il 95% a mano, prevede la lavorazione a macchina solo per le cuciture interne delle gambe. In un'intervista per GQ afferma: "Non ho cartamodelli, impazzirei! Qui si taglia direttamente la stoffa dopo aver preso le misure del cliente". Un lavoro che ha condotto il pantalonaio nostrano a vestire principi arabi, magnati asiatici, americani e oligarchi russi.

I PANTALONI OGGI
Attualmente il pantalone non conosce confini, ne alcun tipo di distinzione. Sarà l'inizio di una nuova epoca: "Chi è tra i due che porta la gonna?".


 L'articolo è integralmente tratto dal blog Muse Ispiratrici che ringraziamo per la pubblicazione.


domenica 1 novembre 2015

Il Papillon, accessorio senza tempo, elegante e distintivo

Il papillon, considerato comunemente accessorio iconico della moda maschile, fa parte di una lunga storia di trasformazioni sociali, complice di una serie di piccoli rivoluzioni storiche che hanno accompagnato e trasformato l’eleganza nel tempo.

Si tratta essenzialmente di un fiocco, un nodo da cui sfociano due ali simmetriche, geometricamente composto da due triangoli equilateri saldati assieme da un unico elemento centrale.

La provenienza del papillon è sconosciuta, sebbene storicamente se ne attestano alcuni reperti sin dai tempi delle piramidi

.Ciò che appare più evidente è che sia nella moda che nella storia dell’arte, il periodo emblematico del fiocco sia stato certamente il Barocco. Pare che i primi ad usare una forma ancestrale di farfallino furono i mercenari croati durante le guerre di Prussia, questi annodavano un foulard per saldare assieme i lembi della camicia, ma tuttavia pare evidente che questo accessorio sia divenuto elitario grazie al suo sfrenato utilizzo nelle grandi corti francesi, denominato cravate –che significa croato- in rimando proprio alle sue origini.



 Il fiocco, simbolo del XVII secolo e se vogliamo, proprio della Francia dell’epoca, secondo i canoni rigidamente opulenti del tempo, andrà a essere inserito praticamente ovunque, sostituendo dapprima tutte le finiture di scarpe, bottoni e fibbie, fino ad arrivare poi a riempire tutti gli spazi vuoti degli abiti e delle parrucche. La moda lo prediligeva, adornandolo e fortificandolo con pietre preziose e finiture in oro zecchino. Il suo uso, come accessorio della moda maschile verrà facilitato grazie a una piccola rivoluzione tutta italiana.Pare infatti che lo spazio costretto, occupato fino al XVI secolo dalle imponenti  gorgiere, verrà gradualmente soppiantato da colli più leggeri e morbidi, a causa dell’introduzione del pizzo, chiamato anche punto in aria poiché la sua lavorazione consisteva in una serie di fili sciolti adoperati finemente assieme al fine di creare un decoro.


Questa tecnica, inventata originariamente dai veneziani e sottrattagli grazie a un’abile intuizione del ministro Colbert che portò con sé una ventina di lavoranti venete alla corte francese le quali svelarono alle cuginette d’oltralpe il segreto di questa lavorazione che fece la fortuna della Francia nei secoli. Il pizzo era infatti considerato un patrimonio inestimabile, esso poteva valere davvero molto, addirittura anche il costo di un intero castello.


Questo amore spassionato per questa tecnica farà si che dalla gorgiera si passi velocemente a colletti morbidi e lavorati, che, nelle grandi corti,  verranno poi  adornati da sciarpe che avevano il compito di rifinire la scollatura della camicia. Questi foulard, rigirati sul collo due o tre volte, venivano annodati a forma di fiocco sul petto, tempestati da gemme preziose, soprattutto da diamanti e rubini, le pietre più in voga dell’epoca dando vita a splendidi papillon.

Dopo la rivoluzione francese tutti questi elementi decorativi lasceranno posto a un ritorno al classicismo, ne è un esempio lo stile napoleonico, composto da una decisa semplificazione delle linee, dei volumi e un’imponente perdita di accessori bislacchi e scintillanti.

Sarà il dandy a riprendere il concetto di questa ancestrale forma di cravatta papillon che sul finire del XIX secolo verrà comunemente definita ascott.I primi papillon erano infatti delle strisce di tessuto che legate al collo formavano un fiocco, dall’aspetto molto simile a quello dei foulard. Poi, però, la rivoluzione: intorno alla metà del 1880 nacque lo smoking, e con esso anche i moderni farfallini dall’aspetto ordinato ed elegante. Pare che l’invenzione di questa nuova mise si debba al magnate americano del tabacco Pierre Lorillard IV, che nel suo circolo Tuxedo Club introdusse un nuovo modo di vestirsi che ancor oggi è considerato tra i più eleganti: smoking nero, camicia bianca e papillon nero. E il termine “tuxedo” venne scelto, appunto, per identificare in lingua inglese lo smoking, completo che contribuì a mandare in soffitta i frac a coda di rondine ormai considerati demodé 

Gli anni ’20 divennero l’âge d’or del papillon che si impose come icona di stile senza eguali, rivestendo negli anni i colli dei più illustri personaggi del cinema, della musica  e del teatro. Sebbene la cravatta continuasse a rivestire un ruolo socialmente più diffuso, dal dopoguerra in poi esso verrà inteso esclusivamente come accessorio per eventi estremamente eleganti. Negli anni ’70 il cravattino a farfalla fece una breve ricomparsa, ridefinendosi per quel decennio come l’accessorio di stile per eccellenza. Solo ai giorni d’oggi, sul finire degli anni ’10 del duemila, il papillon si è liberato della sua immagine così rigidamente legata al mondo dell’eleganza, diventando un accessorio chic e di uso quotidiano. Complici di questa tendenza i designer contemporanei che hanno rielaborato il cravattino con materiali nuovi e sempre più di tendenza: dal fiocco di ceramica si passa a quello di legno, di seta, ma con stampe colorate e check di ogni sorta, fino a giungere a quello trasparente , traforato o addirittura stampato in 3D.

Arte, sartoria o design? Questo poco importa, che si tratti di hipster, rockstar o di semplici impiegati, ciò che conta è che il papillon è davvero sulla bocca di tutti. E anche sul collo.