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giovedì 12 novembre 2015

Chi porta i pantaloni? di Ileana Munno


Quando esci per comprarti dei pantaloni, sii carino con te stesso. Se ne provi un paio che ti stanno male, non prenderlo come un fallimento personale. Levateli, rimettili in mano alla commessa ed esci dal negozio a testa alta, continuando a cercare. I pantaloni giusti sono come la persona giusta: prima o poi, arrivano!".Anne Hathaway

Chi è che porta i pantaloni? E' questo uno dei famosi detti che veniva utilizzato nell'epoca precedentemente per differenziare il sesso maschile dal sesso femminile.  Un modo di dire per dimostrare la superiorità, nel rapporto di coppia, dell'uomo rispetto la donna. Con il passare degli anni e grazie a donne come Amelia Bloomer ( continua a leggere per capire ndr ), questo detto è andato via via scomparendo. Ma rimane un dubbio, perché i pantaloni nascono per l'uomo?


LA NASCITA DEI CALZONI
I primi pantaloni fecero la loro comparsa in Persia numerosi secoli prima di Cristo ed era utilizzati soprattutto per la loro comodità nel cavalcare. Entrarono in seguito nell'uso maschile quotidiano nella popolazione romana con il nome di braghe, espressione oggi giorno presente ma raramente utilizzata. Nel corso dei secoli i pantaloni ebbero numerose trasformazioni: negli anni Trenta del XVII secolo il duca di Brunswick, dopo aver visto una compagnia d'attori italiana che recitava indossando pantaloni dei Bisognosi: casacca e un paio di braghe prive di legature sotto al ginocchio e lunghe fino al polpaccio, decise di imitare il modello visto. Dal duca di Brunswick la moda venne interpretata in gran parti della Francia e degli stati limitrofi. La completa diffusione in Europa si deve tuttavia a Luigi XIV, che trasformò il costume maschile da virale a ricco di nastrini e vari tipi di pizzi. A dare un'ulteriore modifica al calzone fu il principe di Galles: Edoardo VII, che casualmente introdusse il risvolto: per non "infangarle", ripiegò le "braghe" sulla caviglia. Diventando così una vera e propria moda. Da Edoardo VII a Marlon Brando quando nel 1953 rese un vero e proprio fenomeno imprenditoriale e modaiolo un nuovo modello di pantalone, il blue jeans Levi Strauss.


LE DONNE E I PANTALONI
Amelia Bloomer nella metà dell'Ottocento fu la prima donna ad indossare i calzoni. Essi erano coperti da un abito fino al ginocchio e ciò nonostante vennero considerati scandalosi all'epoca.
Dalla Bloomer a Coco Chanel, che indossò i pantaloni maschili per le sue giornate a cavallo. Anche quest'ultima venne inizialmente critica per tale scelta, in seguito divenne un esempio di stile grazie alla sua capacità di riuscire ad unire lo stile femminile a capi maschili. Certo è il merito attribuito alla stilista per aver abbattuto il mito dei pantaloni, indossati precedentemente esclusivamente dall'uomo. Ormai il calzone non è più un tabù per la donna, ma basterebbe pensare alle signore più anziane che ancora, nonostante ormai sia diventato al 100% capo del guardaroba femminile, continuano ad indossare unicamente gonne.
ABBOTTONATURA E CERNERIA
I pantaloni dal punto di vista estetico possono avere due tipi d'apertura:

- Abbottonata, come lo stesso nome suggerisce, essa è realizzata attraverso l'utilizzo del bottone. Quest'ultimo è legato a un lembo e funziona in accoppiata con l'occhiello o l'alamaro. Tale caratteristica del pantalone è utilizzata nei pantaloni classici ( spesso lavorati dal sarto ndr ) da uomo e da donna.

- Cerniera, tipo di chiusura che lega due lembi di tessuto. Il primo ad utilizzare un meccanismo simile alla zip, fu l'inventore della macchina da cucire: Elias Howe. Con il passare degli anni questo sistema venne migliorato, fino all'attuale utilizzo. Esso è prettamente utilizzato nei jeans femminili o pantaloni industriali.


IL PANTALONAIO E IL CASO AMBROSI

La figura del pantalonaio è ormai in via di estinzione, esso è riferito al lavorante di sartoria specializzato nella realizzazione di pantaloni. Attualmente in Italia tale lavoro è rappresentato al meglio da Salvatore Ambrosi, erede del laboratorio di famiglia. In tre quarti d'ora il pantalone Ambrosi è pronto per essere provato, realizzato per il 95% a mano, prevede la lavorazione a macchina solo per le cuciture interne delle gambe. In un'intervista per GQ afferma: "Non ho cartamodelli, impazzirei! Qui si taglia direttamente la stoffa dopo aver preso le misure del cliente". Un lavoro che ha condotto il pantalonaio nostrano a vestire principi arabi, magnati asiatici, americani e oligarchi russi.

I PANTALONI OGGI
Attualmente il pantalone non conosce confini, ne alcun tipo di distinzione. Sarà l'inizio di una nuova epoca: "Chi è tra i due che porta la gonna?".


 L'articolo è integralmente tratto dal blog Muse Ispiratrici che ringraziamo per la pubblicazione.


giovedì 30 luglio 2015

Lo stile (non) va in vacanza di Italo Borrello

Siamo oramai entrati nella stagione più pericolosa dell’anno, per l’uomo che desidera essere elegante. Come resistere e offrire agli occhi inconsapevoli dei più un esempio concreto e virtuoso di stile maschile?

Siamo oramai entrati nella stagione più pericolosa dell’anno, per l’uomo che desidera essere elegante. Come resistere e offrire agli occhi inconsapevoli dei più un esempio concreto e virtuoso di stile maschile?

I tempi - complessi e certamente poco eccitanti - in cui è dato vivere pongono l’uomo al centro di numerose tensioni. Chi sia giunto alla maturità aspira ancora a consolidare le mete che faticosamente ha ottenuto; al contempo, rifugge decisamente l’assunzione di troppe responsabilità. Anela a una tranquillità economica che qualunque onesta professione concede sempre più tardi e, al tempo stesso, convive con un bruciante desiderio di libertà. Sempre più impegnativa e difficile diviene l’acquisizione di un ruolo pieno e convinto nelle principali dimensioni del suo vivere sociale. Il matrimonio e la famiglia, in particolare, non costituiscono più spartiacque tra l’età del disimpegno e quella cd. “della ragione”.
Nell’abbigliamento maschile si osservano tendenze opposte ed egualmente preoccupanti.
Da un lato, è crescente il numero di uomini di mezza età (e oltre) affetti da penose sindromi giovanilistiche che si traducono nel culto esasperato di taluni capi d’abbigliamento: i jeans o i pantaloni a vita bassa entro cui si costringono - evidenziandole ancor di più - pancette e altre inevitabili imperfezioni fisiche; gli indumenti comodi e informali che - traducendo incontenibili smanie di libertà - lasciano spesso intravedere vaste aree di epidermide pelosa e informe; i capi cd. “tecnici” che, dovunque e comunque, richiamano il senso di eroiche avventure, vittorie sportive o imprese estreme (ovviamente solo immaginate, nel comodo tepore dei tinelli, sotto l’ipnotico effetto di giganteschi schermi al plasma). A tali atteggiamenti si affianca il rifiuto di accessori più impegnativi e simbolicamente più rappresentativi della maturità, quali il cappello, la cravatta, il cappotto.
Dall’altro lato, sono sempre più numerosi anche i nuovi (e falsi) dandies che, in nome di improbabili pretese di originalità, si dedicano con disinvolto e cinico accanimento alla rivisitazione dell’abbigliamento classico (molto spesso si tratta di veri e propri saccheggi), alla estremizzazione degli stili, delle dimensioni, delle forme e dei colori, al sistematico disconoscimento dell’etimologia e della storia dei capi che indossano.
Tra queste due opposte tendenze si colloca la gran massa di coloro che si professano del tutto disinteressati ai propri abiti, limitandosi ad accettare quel minimo di convenzioni che ancora resiste e che ancora suggerisce, ad esempio, di indossare l’abito a giacca e la cravatta per recarsi in ufficio, a un colloquio di lavoro, a un pranzo formale o a una cerimonia. Vi è, in molti di questi uomini, una sorta di rifiuto di considerare l’abbigliamento e il rispetto dei suoi codici come un aspetto importante della vita quotidiana; vi è una qualche vergogna o pudore nel dedicarvi tempo o nel parlarne. In molti casi, questi atteggiamenti - sospesi tra il senso di colpa e la compiaciuta mortificazione del piacere di vivere - tradiscono la ferma convinzione che preoccuparsi dei propri vestiti sia esclusivo appannaggio di vanitosi, superficiali, nullafacenti; di gente, insomma, vuota e inaffidabile.
Sospinto da quelle tensioni, costretto a muoversi tra differenti esemplari maschili (peraltro, di gran lunga più numerosi e influenti), l’uomo di stile, il vero uomo di stile, ha due possibilità: ripiegarsi su sé stesso e, inevitabilmente, soccombere sotto il travolgente avanzare delle nuove tendenze o sotto sferzanti giudizi di narcisistica frivolezza; oppure affidarsi - con orgoglio e silente consapevolezza - ai tradizionali valori e ideali dell’immaginario estetico maschile, alla sobrietà propria dell’eleganza classica, all’armonia che porta a vivere pienamente e naturalmente la vita, ad ogni età, anche attraverso la scelta dell’abbigliamento più appropriato.
L’estate ormai iniziata è, tuttavia, la stagione dell’anno più insidiosa per l’uomo di stile: le temperature elevate e la maggiore propensione al tempo libero e alla vacanza rischiano infatti di attenuare l’attenzione per i presidi estetici cui egli è naturalmente predisposto. Maggiori, inoltre, sono le occasioni di contatto e di confronto con le specie maschili in precedenza citate, di fronte alle quali ogni cura, anche minima, dedicata al ben vestire rischia di risaltare eccessivamente, di assumere un’evidenza innaturale e, nei casi peggiori, di essere additata quale fonte di esecrabile diversità.
Nelle righe che seguono, vorrei fornire modeste indicazioni circa taluni capi d’abbigliamento che considero più adatti ad affrontare le occasioni vacanziere offerte dall’incombente stagione estiva, senza tralasciare le insidie che, come già detto, esse possono riservare.
Occorre innanzitutto precisare che l’uomo di stile non dovrebbe mai vivere la vacanza come un’occasione che autorizzi qualsivoglia mutamento nelle proprie abitudini e attitudini. Come in altre situazioni e stagioni dell’anno, egli semplicemente si limiterà ad adeguare il proprio guardaroba al clima, agli impegni e ai programmi, alle località in cui trascorrerà il meritato riposo, alle attività ricreative in cui sarà presumibilmente più coinvolto.
Non solo le località e le modalità di vacanza, ma anche i capi d’abbigliamento da riporre in valigia saranno diversi a seconda che si vada in vacanza da soli ovvero con la propria famiglia e, in particolare, con bimbi ancora piccoli. In quest’ultimo caso, l’uomo di stile, quand’anche possa permettersi una o più bambinaie cui affidare le incombenze più gravose e fastidiose che la gestione dei piccoli comporta, non rinuncerà a trascorrere buona parte della giornata a contatto con i figli, vivendo tali momenti (più frequenti rispetto agli ordinari periodi lavorativi) come ulteriori occasioni di piacere. Sarebbe perciò auspicabile, per affrontare queste occasioni con la dovuta scioltezza e il massimo del godimento, che la scelta dei capi da indossare scontasse preventivamente un accurato calcolo dei rischi di macchie, strappi o altri tipi di danni. In definitiva, la grazia e l’eleganza di un uomo di stile si misurano anche attraverso la particolare “sprezzatura” con cui egli si mostra in grado di godere, con l’abbigliamento più adeguato, di ogni dono che la vita abbia voluto generosamente concedergli e, tra tutti, di quello - meraviglioso - della paternità.
Fatte queste premesse, vorrei richiamare l’attenzione su capi  d’abbigliamento particolarmente versatili e dotati di notevole capacità d’adattamento a situazioni diverse. Essi saranno da considerare, in qualsiasi tipo di vacanza, come “irrinunciabili”.
Tra le giacche, il blazer blu occupa un posto privilegiato. In trasparente lana ritorta a due capi, in fresca saglia, addirittura in seta shantung, prevalentemente sfoderato, in versione monopetto (a tre bottoni) o doppiopetto (a sei), con tasche a filo o (meglio) a toppa, bottoni in metallo o in spessa madreperla, esso sarà un fedele compagno nelle occasioni formali (abbinato a pantaloni in tela vaticana grigio medio o antracite), oppure in quelle più mondane ma meno impegnative (con pantaloni in lana o lino nelle gradazioni comprese tra il bianco, il ghiaccio e il beige). Oltre a quelli appena citati, la gamma dei pantaloni da indossare con il blazer dovrebbe comprenderne almeno un paio in tela o cotone rosso (splendidi quelli nel classico Nantucket red), un paio a righe bianche e azzurre in tessuto seersucker e alcuni in cotone chiaro (divertenti anche in colori insoliti come il verde mela, il rosa antico, il giallo limone, il rosso prugna).

L’abito a giacca in lino chiaro, tabacco o in un bel blu non troppo scuro, ha un fascino speciale. Da non sottovalutare, per i soggiorni in campagna, la potenza evocativa della canapa in colori naturali, declinata in abiti interi mono o doppio petto. Nell’indossare i capi appena citati in luoghi di vacanza, tuttavia, occorre una buona dose di disinvoltura (che è uno dei pilastri su cui poggia l’eleganza), onde sopportare con nonchalance inevitabili sguardi curiosi, divertiti o irridenti. Anche le località più rinomate, infatti, sono ormai prese d’assalto da orde di “ciabattanti”, al cui cospetto un abito di tal fatta può far sentire spaesati o fuori luogo.
Altri pantaloni indispensabili in vacanza sono quelli da indossare con la sola camicia. Occorrerebbe farsene confezionare alcune paia in drill di cotone blu, crema o bianco. Ad essi aggiungerei i classicissimi e pressoché indistruttibili chinos, di taglio più sportivo, e alcuni bermuda in drill di cotone chiaro o a righe seersucker con tasca tagliata, pinces e risvolto. In montagna, oltre a quelli in tela o cotone, faranno figura comodi pantaloni in velluto a coste, nei classici colori del bosco.

È doveroso dedicare qualche cenno specifico ai jeans, che occupano uno spazio più che degno nell’abbigliamento classico. Si tratta di un capo sportivo, da utilizzare in contesti coerenti con la sua natura, abbinandolo a capi altrettanto sportivi e informali (come camicie in tela, giubbini di cotone tipo “bomber”, ecc.). Sembra quasi superfluo ricordare che la linea asciutta e aderente di questi pantaloni ne sconsiglia l’adozione a chiunque non sia dotato di un fisico altrettanto asciutto, plasmato da almeno qualche ora settimanale di attività sportiva. L’uso del blazer blu con i jeans, praticato all’inizio solo da taluni fuoriclasse dell’abbigliamento (tra tutti, l’avvocato Agnelli) e diffusosi rapidamente tra tristi epigoni e “originali a tutti i costi”, mi pare oggi francamente detestabile, al pari dell’orribile verbo “sdrammatizzare” spesso usato per giustificarlo.
Per ciò che concerne le calzature, l’estate - e, in particolare, la vacanza - concede ampio spazio ai mocassini, sia in pelle liscia e suola in cuoio (bellissimi quelli con le nappine), sia in pelle scamosciata e suola in gomma o gommini (gli unici da portare senza calze). Al blazer e ai pantaloni chiari potrà essere efficacemente abbinato anche un bel paio di derby in pelle scamosciata chiara, con suola in gomma rosso mattone. Si tratta di una scarpa che, se realizzata a regola d’arte, mostra una classe travolgente.
In località marine si troveranno a loro agio, indossate senza calze, le intramontabili Superga in lino bianco o blu (ancora meglio se scolorite dall’uso), le espadrillas in colori vivaci, nonché le scarpe da barca, anch’esse in colori decisi e fondo chiaro. Zoccoli, infradito e altre tipologie di ciabatta saranno riservate - senza alcuna deroga! - ai pochi metri quadri da percorrere tra l’ombrellone e il bagnasciuga, ovvero a bordo piscina.
In montagna, le uniche scarpe da considerare, oltre ai mocassini per il passeggio in paese o le serate in albergo, saranno gli scarponcini da trekking in pelle o pelle e tela che, sopra pesanti calzettoni (magari a rombi), assicureranno il massimo comfort nelle escursioni.
Le scarpe da ginnastica (cui gli attenti cultori delle effimere leggi della moda hanno da tempo attribuito il suggestivo e onnicomprensivo nome di sneakers) sono oggi largamente abusate (persino sotto abiti completi) da aspiranti originaloni, sedicenti “neo-eleganti” e amanti del comfort estremo, in nome di una praticità che nulla concede alla bellezza e al gusto. L’uomo di stile trarrà da tali discutibili pratiche le dovute conseguenze, ignorando completamente le scarpe in questione al di fuori delle specifiche attività sportive per le quali esse sono state ideate.
Se ci si lascia guidare dal faro del buon gusto, non vi è limite, in vacanza, al numero e al colore delle camicie da mettere in valigia. Molte saranno button-down in oxford leggero, lino irlandese, chambrai o popeline, di taglio piuttosto ampio e rigorosamente con maniche lunghe. Le uniche concessioni alla mezza manica riguarderanno le polo in cotone a nido d’ape e, senza esagerare, qualche classica “caprese” (con il collo morbido e senza pistagna) o qualche “hawaiana” a colori e fantasie vivaci. In montagna, invece, avrà il giusto risalto ogni specie di cotone quadrettato.
L’uomo di stile nutre un’autentica venerazione per il cappello a tesa e, d’estate, sarebbe naturalmente propenso a indossare il Panama in ogni occasione consentita. Si tratta di un cappello che, per citare il mio carissimo amico Lorenzo Villa, “è metafora di una maniera di vivere e pensare”. Risalente al 1600 e definitivamente annoverato tra i grandi classici dell’abbigliamento maschile nel primo decennio del 1900, quando il presidente americano Theodore Roosevelt lo indossò in occasione dell’inaugurazione dell’omonimo canale, il Panama è il risultato dell’intreccio della toquilla, una paglia elastica ricavata dalla palma “carludovica palmata”. La sua lavorazione può richiedere fino ad alcuni mesi, per i modelli con trama più fine e leggera come il Montecristi, il che giustifica il limitato numero di esemplari in commercio e il conseguente costo assai elevato.
Anche per questo prestigioso complemento dell’abbigliamento elegante valgono talune avvertenze: si tratta di un capo da indossare con la massima disinvoltura, quando si è sicuri che ne vengano comprese non solo l’indiscutibile bellezza, ma anche l’appropriatezza rispetto al contesto e la coerenza con la mise e la peculiare sensibilità del proprietario. Purtroppo, sono sempre più rare le occasioni in cui è dato cogliere tali sforzi di comprensione, sicché l’uomo in Panama, avvistato per strada dalla solita folla di ignavi, rischia di scatenare irriverenti sberleffi piuttosto che sentimenti di soggiogata ammirazione.
Al mare o in campagna, chi voglia destare minori attenzioni potrà affidarsi, in modo del tutto adeguato, anche a cappelli in paglia di modesta fattura ma di indubitabile versatilità, ovvero a cappelli in cotone o lino, con tese abbassate, stile “pescatore”. Per i berretti tipo “baseball” e simili valgono le considerazioni svolte in precedenza per le sneakers, le camicie a mezze maniche e per tutti quei capi con i quali numerose specie d’uomini si limitano, con allegra incoscienza, a coprirsi.In definitiva, un guardaroba è il frutto della lenta e accurata accumulazione di capi e accessori. Esso, poco a poco, grazie anche a un’attenta e sapiente selezione, finisce con l’essere il più fedele ritratto della personalità, del carattere e dello stile di un uomo. Gusto e conoscenza vi si trovano mirabilmente distillati. Anche il guardaroba per le vacanze risponde a questi principi fondamentali. Non solo la sua composizione e il suo assortimento, ma anche il concreto utilizzo dei capi che lo compongono saranno la misura di come l’uomo di stile, il vero uomo di stile, interpreta, secondo uno spartito unico e irripetibile, l’arte di vivere. In questo gioco (perché nient’altro che di un gioco si tratta…), equilibrio, sobrietà, armonia saranno le uniche regole cui sarà bene evitare di concedere troppe deroghe.

Dal numero 8 di Stilemaschile online (giugno 2012), il nostro manifesto contro la volgarità estiva che ci circonda ovunque, dal mare alla città, senza più alcuna differenza.

sabato 6 giugno 2015

Marilyn Vs Bella Darvi di Nicola Leoni


 Una storia poco conosciuta, una rivalità nel cuore dell’epoca d’oro hollywoodiana, quando ancora esistevano divi e dive inarrivabili che spesso celavano, dietro la luminosità del grande schermo, episodi di drammatica umanità.



 Nel 1953 Marilyn Monroe era la diva più famosa del mondo e il sex-symbol più desiderato di Hollywood: ogni suo film era un successo assicurato, la sua vita veniva letteralmente monitorata dalla stampa e il pubblico le tributava un’adorazione incondizionata. Tutti i sogni e i desideri di Marilyn sembravano essersi avverati e le delusioni e le umiliazioni dimenticate. Apparentemente, non potevano esserci momenti più preziosi e fugaci. In realtà la Monroe era angustiata dalla direzione che la sua carriera stava prendendo. Nonostante avesse messo in luce qualità di attrice spiritosa e sofisticata in commedie e musical, Marilyn era consapevole di essere apprezzata solo per lo charme e la straordinaria presenza scenica, e di aver raggiunto una fama planetaria grazie al personaggio della bomba sessuale al platino che le era stato modellato addosso. Per evitare di restare intrappolata in un cliché, aveva più volte pregato la sua casa di produzione, la 20th Century Fox, di assegnarle ruoli drammatici, ma lo studio aveva mostrato una totale indifferenza: alla mancanza di fiducia nelle doti recitative della Monroe si era aggiunto il secco rifiuto del capo della Fox, Darryl F. Zanuck, di rovesciare un’impostazione che sembrava funzionare a meraviglia. Marilyn non si era arresa e aveva preso a brigare per ottenere una parte nella megaproduzione di Michael Curtiz, The Egyptian, che nelle intenzioni di Zanuck sarebbe dovuto essere il film più prestigioso mai realizzato dalla Fox.
Il personaggio che l’attrice desiderava interpretare era quello di Nefer, la micidiale prostituta babilonese che conduce alla dannazione dei sensi e al disfacimento morale il giovane e ingenuo Sinuhe, un medico dell’Antico Egitto in cerca della verità. Quando Marlon Brando manifestò interesse per il ruolo di Sinuhe, l’entusiasmo di Marilyn raggiunse il parossismo. La radiosa bellezza bionda della Monroe poteva sembrare inadatta a un film ambientato ai tempi del faraone Akhenaton. In verità, in alcune sessioni fotografiche con Milton Greene, Marilyn mostrò una duttilità sorprendente nell’assumere le sembianze di una grande varietà di personaggi, dall’indovina alla santa, e, davanti all’obiettivo di Richard Avedon, si trasformò con abilità camaleontica in Clara Bow, Jean Harlow, Marlene Dietrich, Lillian Russel e Theda Bara.

La metamorfosi in Theda Bara, in particolare, riuscì talmente bene che agli occhi di un osservatore inconsapevole la Monroe, ritratta con una parrucca nera e un intrigante abito egizio, ancora oggi risulta irriconoscibile.



La campagna di Marilyn per interpretare Nefer fallì per eventi che nulla avevano a che fare con il misconosciuto eclettismo e le inespresse potenzialità della bionda attrice. Nell’estate del 1951, durante un viaggio in Europa, Darryl F. Zanuck e sua moglie Virginia avevano conosciuto a Parigi una vivace ed esotica brunetta dagli occhi verdi, Bayla Wegier. Frequentandola, gli Zanuck avevano appreso che Bayla Wegier era un’ebrea polacca scampata miracolosamente ai campi di concentramento di Osnabriick e di Auschwitz, era reduce da un divorzio con un ricco industriale e stava andando alla deriva tra bar e casinò. Complice la suggestione delle traversie della ragazza, gli Zanuck si erano infatuati di Bayla e avevano maturato la convinzione che avrebbe potuto sprigionare dal grande schermo il medesimo appeal di Greta Garbo. Avevano pagato gli ingenti debiti che la Wegier aveva contratto al tavolo da gioco, l’avevano condotta a Hollywood e alloggiata nel cottage riservato agli ospiti della loro faraonica villa a Santa Monica e l’avevano preparata per il lancio nel firmamento delle star con il nome di Bella Darvi, combinazione dei nomi dei mentori dell’aspirante diva: ‘Dar’ da Darryl e ‘vi’ da Virginia. Ben presto la voce di un ménage à trois tra Bella e gli Zanuck aveva cominciato a circolare tra gli addetti ai lavori della Mecca del Cinema.


Nonostante un provino in CinemaScope avesse rivelato una totale mancanza di talento da parte della ragazza, Darryl F. Zanuck, che nel frattempo aveva aggiunto al ruolo di pigmalione quello di amante, aveva fatto debuttare Bella Darvi nel film Hell and High Water, con esito non entusiasmante. Determinato a dimostrare che la Darvi sarebbe diventata la più grande stella dello showbiz, la scritturò per l’ambito ruolo della seducente cortigiana di Babilonia nel colossal The Egyptian. Marilyn, scartata per la parte di Nefer, fu ingaggiata per The River of No Return, western di scarso valore e facilmente dimenticabile, che la Monroe avrebbe in seguito liquidato come «un film di cowboy di serie B».



The Egyptian uscì nelle sale cinematografiche nel 1954 e, nonostante il forte impegno produttivo, la meticolosa accuratezza storico-iconografica e il massiccio battage pubblicitario, non ebbe un grande successo commerciale e artistico. I lettori dell’omonimo bestseller del finlandese Mika Waltari, da cui il film era stato tratto, si dichiararono delusi della trasposizione cinematografica, priva delle sfumature filosofiche ed esistenziali del romanzo. Critiche al vetriolo non vennero lesinate a Bella Darvi, che aveva abborracciato un’interpretazione della femme fatale ai limiti del ridicolo. Affetta da blesità e con un forte accento polacco, la Darvi pronunciò le battute in modo non sempre intelligibile. Marlon Brando, che aveva accettato il ruolo di protagonista di The Egyptian, aveva abbandonato il progetto all’ultimo momento proprio a causa dell’imperizia della Darvi ed era stato sostituito in corsa dal poco noto Edmund Purdom. Il biografo Darwin Porter ricostruisce così gli eventi che portarono alla defezione dell’attore: Bella Darvi si sarebbe presentata senza preavviso a casa di Marlon Brando due giorni prima dell’inizio delle riprese di The Egyptian e avrebbe snocciolato l’intero elenco delle sue passate sventure. Brando l’avrebbe pazientemente ascoltata, versandole da bere un bicchiere di scotch dopo l’altro. La serata si sarebbe conclusa nella camera da letto di Marlon e, il mattino seguente, Bella se ne sarebbe andata di buon’ora per recarsi allo studio. Qualche ora più tardi Brando avrebbe rivelato all’attore Sam Gilman i dettagli della notte trascorsa con la Darvi: «So che Zanuck ha una cotta per Bella, ma lei non è proprio in grado di recitare. Abbiamo fatto finta di fare una scena insieme. È un caso senza speranza. Non posso credere che Zanuck sia talmente innamorato da non rendersi conto che quella cagna non solo è strabica, ma ha anche una pronuncia blesa e un marcato accento straniero. Il pubblico americano non capirà una sola parola di ciò che dirà. Parla in modo impastato. Naturalmente questa potrebbe essere una conseguenza di tutti gli scotch che ha mandato giù. Uno che borbotta in un film - vale a dire me - è già abbastanza. Inoltre Bella ha il peggior fiato da ubriaca che mi è capitato di sentire da quando mi sono avvicinato a Joan Crawford. Per nessuna ragione al mondo reciterò con lei. La prima cosa che farò domani sarà dire a Zanuck che sono fuori dal film».

Con buona pace dei critici americani e di Marlon Brando, Bella Darvi ottenne dalla stampa estera il premio Golden Globe come ‘migliore attrice debuttante’ del 1954 e, nel corso della medesima cerimonia, svoltasi nello sfarzoso Club Del Mar di Santa Monica, vennero assegnati il Golden Globe alla carriera a Darryl F. Zanuck e il Golden Globe come ‘attrice più famosa del mondo’ a Marilyn Monroe, che nello stesso 1954 si era riconfermata regina del box-office con il già citato e mediocre The River of No Return, miscela di grandiosità e cliché da Far West.
Forte del suo successo commerciale, Marilyn creò una casa di produzione indipendente per esercitare un controllo artistico sulla sua carriera. Irritato dal tentativo della Monroe di rendersi autonoma, Zanuck le ricordò il vincolo contrattuale con la Fox e le ingiunse di partecipare alla realizzazione della commedia How to Be Very, Very Popular. Marilyn rifiutò di interpretare ancora una volta il personaggio ormai stereotipato della bionda formosa e sciocca e Zanuck, furente, la sospese immediatamente. Lasciando i suoi legali alle prese con lo studio, la Monroe partì alla volta di Manhattan, il cuore pulsante del teatro americano, per iscriversi all’Actors Studio e realizzare il suo sogno di diventare un’attrice impegnata.
Mentre Marilyn inaugurava a New York una nuova fase della sua carriera, la Darvi toccava il fondo. Malgrado fosse ormai evidente che Bella non aveva la stoffa della diva, Zanuck la scritturò per un nuovo film, The Racers. Fu il terzo e ultimo fiasco di Bella Darvi a Hollywood. Virginia Zanuck, quando seppe che la ragazza aveva istigato Darryl, completamente ubriaco, a esibirsi in una serie di acrobazie su un tavolo del night club Ciro’s, buttò la Darvi fuori di casa. Il matrimonio degli Zanuck andò in frantumi e Darryl partì con Bella per l’Europa, dove intendeva continuare a promuovere la carriera dell’amante con pellicole indipendenti, ma a Parigi scoprì che la Darvi era bisessuale e troncò la relazione. Bella apparve senza successo in una manciata di mediocri film francesi e italiani e già al principio degli anni Sessanta la sua carriera cinematografica poteva dirsi conclusa. Cercò di scrivere un libro di memorie, Why I Never Worked with Marlon Brando and Other Tales of Hollywood, ma non riuscì ad andare oltre il primo capitolo. Con la vita personale e professionale in crisi, la Darvi non aveva più niente a cui aggrapparsi. Iniziò a cadere in una sempre più profonda spirale di depressione, segnata dall’abuso di alcol e droghe e dall’ossessione compulsiva per il gioco d’azzardo. Prese a vagabondare da un casinò all’altro, perdendo una fortuna. Quando, per saldare i debiti accumulati al tavolo verde, fu costretta a vendere gioielli, pellicce, abiti e persino due barboncini, Bella tentò di uccidersi per la prima volta. Zanuck accorse al suo capezzale, ma quando la Darvi, riavutasi, ripiombò nel vortice dell’azzardo, il produttore la abbandonò definitivamente. Dopo altri due tentativi di suicidio sventati, Bella, nel settembre del 1971, riuscì nel suo intento, lasciando aperto il gas nel minuscolo appartamento di Monte Carlo dove viveva. Fu trovata morta solo una settimana dopo il decesso, in stato di decomposizione.

 Bella Darvi costituisce la dimostrazione di come lo star-system possa mantenere ed esaltare una star, ma non fabbricarla: risposta a un bisogno di tipo affettivo o mitico, una star è una divinità creata dal pubblico. Undici anni dopo la morte della Darvi, François Truffaut scrisse: «Contrariamente a quel che crede la gente, non sono i produttori o i registi a creare le star, ma il pubblico. Nei primi anni Cinquanta il capo della 20th Century Fox, Darryl F. Zanuck, offriva i ruoli migliori alla sua amante Bella Darvi, ma i film che realizzò con lei furono tutti dei fiaschi. Nella stessa casa di produzione c’era una stock-girl alla quale non affidavano che ruoli secondari, ma ogni sua apparizione sul grande schermo suscitava l’entusiasmo del pubblico in ogni angolo d’America. Così, malgrado la Fox, Miss Monroe divenne Marilyn».
Marilyn è ancora oggi la più fulgida tra le star; ma anche la sua vita finì in tragedia, proprio come quella di Bella Darvi

 Si ringrazia per la pubblicazione Stile Maschile

martedì 2 giugno 2015

HISTORIADOR DOBLE HORA

Senza tempo, elegante e distintivo

Per la creazione di questo nuovo capolavoro Cuervo y Sobrinos ha attinto ancora una volta alla sua conoscenza degli orologi meccanici classici e alla competenza dei suoi mastri orologiai. Il modello Historiador Dual Time si ispira alla raffinata sensibilità cosmopolita che permeava l’Avana negli anni ‘40.

Distintiva ed elegante, la cassa dell’Historiador Dual Time è la riproduzione di un modello originale iconico Cuervo y Sobrinos prodotto tra gli anni ‘40 e ’50 del secolo scorso. Classico e senza tempo, questo orologio è riconoscibile per la sua caratteristica silhouette e la forma delle anse. Un ricco quadrante “clous de Paris” si abbina perfettamente allo splendido blu cobalto delle lancette esprimendo al meglio il meticoloso approccio e l’arte orologiera di Cuervo y Sobrinos.

Un orologio di carattere per uomini di forte personalità, con lo stile e la grazia dei veri gentleman. Come tutti i modelli Cuervo y Sobrinos, Historiador Dual Time è dedicato a chi ambisce possedere un orologio unico, con una identità e un retaggio inimitabili.

All’interno della cassa un movimento automatico CyS 6110 dà vita alle seguenti funzioni: ore, minuti, secondi centrali e secondo fuso orario alle 6 e datario con lente magnificatrice alle 12. Attraverso il fondo trasparente si può ammirare la massa oscillante con inciso il logo CyS. Historiador Dual Time ha una riserva di carica di 42 ore e una impermeabilità garantita fino a 3 atmosfere. L’orologio è rifinito con un cinturino in alligatore della Louisiana e una fibbia déployante in acciaio.


Scheda Tecnica

Nome
HISTORIADOR DOBLE HORA


Riferimento
3194D.1A (quadrante argento)


Movimento
CYS 6110

Movimento automatico

Soprod TT651

Altezza 5,10 mm

Diametro 25,6 mm (11 1/2)

21 rubini

Grande datario

Riserva di carica di 42 ore

Rotore con personalizzazione CyS




Funzioni
Ore, minuti, secondi centrali, secondo fuso orario alle 6

Grande datario alle 12


Cassa
Acciaio inossidabile

Diametro 40 mm

Altezza 11,25 mm

Vetro zaffiro antiriflesso a doppia bombatura

Impermeabile fino a 3 ATM

Fondo trasparente con chiusura a vite


Quadrante
Colore argento

Indici "clous de Paris"

Logo CyS applicato

Complesso quadrante "clous de Paris"

Lancette blu (su quadrante argento)


Cinturino
Alligatore della Louisiana


Fibbia
Fibbia déployante in acciaio