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sabato 12 dicembre 2015

Vuelo atterra in Milano

Il Vuelo di Cuervo y Sobrinos, atterra a Milano "capitale economica italiana" durante la rivoluzione industriale che coinvolse l'Europa nella seconda metà del XIX secolo, costituendo con Torino e Genova il "Triangolo industriale". Da questo periodo in poi, e soprattutto dal dopoguerra, subì un forte processo di urbanizzazione legato all'espansione industriale che coinvolse anche le città limitrofe, e fu meta principale durante il periodo dell'emigrazione interna.
Nell'ultimo secolo la città ha stabilizzato il proprio ruolo economico e produttivo, divenendo il maggiore mercato finanziario italiano; è inoltre una delle capitali mondiali della moda e del disegno industriale, e uno dei centri universitari italiani più importanti. Alle porte di Milano ha sede uno dei poli della Fiera di Milano, il maggiore polo fieristico d'Europa. Per questi motivi conquista il titolo di Città globale, classificandosi come l'unica città italiana nella lista delle Città Mondiali Alfa.
Dal 1º maggio al 31 ottobre 2015 Milano ha ospitato l'Expo, con lo slogan «Nutrire il pianeta, energia per la vita»; per questa manifestazione è stato costruito un sito espositivo di 110 ettari nei pressi della Fiera di Milano. Milano era già stata sede dell'esposizione universale del 1906, sul tema dei trasporti.

A Milano Vuelo è Gioielleria Tagliatti e Mamè






             Tagliatti e Mamè dal 1970 offrono a una selezionata clientela i loro capolavori d'artigianato nella boutique del gioiello prezioso . Pietre di valore e gemme rare vengono prima selezionate e poi garantite da proprietari e da esperti gemmologi dalla lunga esperienza, che ne certificano l'autenticità e le caratteristiche peculiari e analitiche. In laboratorio, oltre a creare personalmente i propri splendidi e raffinati modelli, si produce anche su richiesta, seguendo il disegno ed i desideri del cliente.

Da Tagliatti e Mamè si possono trovare inoltre, le firme più prestigiose nel campo dell'oreficeria ed un'ampia scelta di orologeria di gran classe firmata Zenith, Breitling, Eberhard, Oris Raimond, Weill, Locman, oltre a modelli speciali e vintage.














lunedì 1 giugno 2015

OSCAR FARINETTI "SMETTIAMO DI PIANGERCI ADDOSS0" di Nadia Afragola Foto di Matteo Cherubino

Sfoglialo on-line
L’imprenditore piemontese è una delle figure chiave dell’Expo, tanto contestato, ma altrettanto fortemente voluto alla guida di quei 16 mila mq dentro l’Esposizione Universale. Con la sua Eataly ha conquistato il mondo, con il suo ultimo libro “Mangia con il pane” ha provato a fermare l’ondata di revisionismo che metteva in ombra l’operato dei partigiani della Seconda Guerra Mondiale. Poche settimane fa ha dato ufficialmente le dimissioni dal suo “impero” per concentrarsi sul futuro: Green Pea.


Le sono stati dati in affidamento diretto da Expo 16 mila mq senza gara. Perché si fidano tanto di Oscar Farinetti?
Il motivo per cui Expo ha affidato a Eataly, a Slow Food, a Identità Golose dei pezzi importanti è perché le ha ritenute a sua volta entità uniche. La maggior parte delle corruzioni arrivano dagli appalti e più regole fai, più truffatori trovi. Sono importanti la scienza e la conoscenza ma bisogna ridare spazio alla coscienza, a quella musica dell’anima che ti fa capire la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto.
Cosa si aspetta da Expo?
Mi aspetto che assolva alla sua missione principale, che provi a nutrire il Pianeta. Perché, anche se ci sono 7
miliardi di persone al mondo e produciamo cibo per oltre 12 miliardi di persone, quasi un miliardo è senza cibo? E perché quasi due sono obese? Bisogna cercare di riequilibrare la distribuzione. Poi mi aspetto che faccia uscire il nostro Paese dalla crisi: abbiamo il 70% del patrimonio artistico mondiale, i più bei paesaggi, la biodiversità più bella al mondo. Dobbiamo far venire voglia agli stranieri di tornare in Italia a fare i turisti e dobbiamo dare orgoglio agli italiani, che dovrebbero smettere di piangersi addosso e di narrare di un Paese, il loro, come l’ultimo della terra. La vera eredità di questa Esposizione Universale sarà la Carta di Milano, firmata dalle Nazioni Unite. Che impegni concreti possono essere presi considerando che il cibo non è un diritto? La grande missione dell’Italia è quella di dimostrare agli altri popoli, a quelli in crisi soprattutto, come investire sulla propria biodiversità. È impossibile trasferire il cibo, ma si può dare una mano a seminare la propria realtà. I 10 mila orti in Africa ai quali darà vita Carlin Petrini con Slow Food sono qualcosa di magnifico e Eataly si è impegnato a produrre mille di questi orti.
Ha deciso di parlare bene di tutti, in un clima generale di forte livore. Perché Caprotti l’ha così duramente attaccata?
Perché ritiene, non so se giustamente, di non essere al centro delle attenzioni di Expo e, non sapendo chi attaccare, se la prende con me. In Italia se fai bene il tuo lavoro, sei bersagliato: è un peso che devo sopportare. Caprotti è stato bravissimo a creare un’azienda di distribuzionedi retail di cibo italiano, Esselunga, ma è stato provinciale, perché non l’ha lanciata nel mondo e l’Italia è solo una minima porzione del mondo. Guardate la Francia con Auchan e Carrefour: in Cina hanno milioni di punti vendita e sono nati anni dopo Esselunga. Caprotti ha il limite di non aver capito il mondo.
Con Vittorio Sgarbi seguirà il progetto legato all’arte: Il tesoro d’Italia. Come nasce questa sinergia con un personaggio di così difficile gestione?
Basta non gestirlo e far sì che si gestisca da solo. Daremo spazio anche a uno studio fatto dai ragazzi di Eataly e narreremo i venti: spiegheremo la ragione di questa biodiversità, stretta da nord a sud, in un mare buono, sapendo di parlare di una situazione geografica unica al mondo. Non siamo particolarmente bravi, il nostro è puro “culo”. Nessuno di noi decide quando e dove venire al mondo: dobbiamo farci perdonare la
fortuna che abbiamo avuto a nascere in un Paese fantastico come il nostro e l’unico modo per farlo è accogliere i popoli. Il problema dell’Italia è la poca coscienza civica, il pressapochismo.
Si parla di nutrire il Pianeta e si accolgono Coca-Cola e McDonald’s tra gli sponsor. Perché un posto in prima fila?
A Eataly abbiamo creato il Giotto, un panino con carne che arriva dal nostro presidio Slow Food, all’interno del quale  sono usati solo mangimi naturali. È  un hamburger straordinario con il quale proviamo a rubare clienti a McDonald’s. Abbiamo poi fatto il Chinotto Lurisia, scuro come la Coca-Cola ma colorato con zucchero caramellato senza coloranti, per portare via clienti al colosso americano. Eataly è uno dei pochi posti al mondo dove non trovi la  Coca-Cola. Li rispetto, ma non fanno parte della mia idea di cibo. In Expo
non hanno un ruolo primario: McDonald’s è 1/16 di Eataly, i padiglioni sulla sostenibilità sono dieci volte lo spazio della Coca-Cola. Trovo giusto che Expo accetti le multinazionali e poi chi lo dice che loro due per fare un esempio che non sia italiano siano meno sostenibili della Nestlé? Andate a vedere a quanta gente danno da mangiare in tutti i sensi. All’interno di Eataly, dentro Expo, c’è anche un ristorante dedicato alla Nutella. Un atto dovuto verso una famiglia e un uomo, come Michele Ferrero, che tanto hanno dato all’Italia? Ricordiamoci che il 90% dello spazio è andato ai piccoli, sono 84 osterie che porteranno 900 piccoli produttori italiani, il restante 10% è andato alle grandi aziende che mi piacciono. Sì, era un atto dovuto a un uomo che ha dato tanto all’Italia e ad Alba, che è anche la mia città. La Nutella è un prodotto italiano che ci rappresenta nel mondo. All’interno troverete anche uno spazio dedicato a “Italia del Gusto” che mette insieme i più bei brand delle grandi aziende italiane: Barilla, Auricchio, Parmareggio. Sono un moderato, non un fondamentalista e mi piace guardare al meglio del mondo.
Siamo la nazione del “grande potenziale inespresso”. Cosa resterà di questa edizione dell’Expo?
Spero che tutti abbiano fatto dei padiglioni a impatto zero e che sappiano, una volta finito Expo, come togliere e trasferire ogni singola vite. Noi sappiamo dove andrà a finire, a Bologna alla F.I.CO. (Fabbrica Italiana Contadina).
Due luoghi le sono molto cari: Torino, sede del primo negozio Eataly e Serralunga d’Alba, sede di Fontanafredda e della sua Fondazione. Cosa lega due posti così metafisicamente lontani?
Sono luoghi piemontesi e figli di un carattere che si può classificare con la teoria dei contrasti apparenti, parliamo di una timidezza sfrontata, di una innovazione rivolta alla tradizione, di un coraggio corsaro, di valori positivi che i più considerano contrastanti e invece possono coesistere benissimo in un carattere di atavica timidezza. Poi c’è Milano che mi ha accolto benissimo, i suoi cittadini sono il popolo più bello d’Italia e non è un caso che il loro PIL sia il più alto d’Europa. Parliamo di una città fatta di persone straordinarie, tolleranti, reattive.
«Ricordati, ragazzo, che le persone sono più importanti delle cose»: lo diceva suo padre e lo ritroviamo nel suo ultimo libro. “Mangia con il pane” è la storia di una famiglia italiana. Come nasce questo libro che pare un diario?
Nasce per far sì che non si perda la memoria di questa resistenza, della nuova primavera, perché se non ci fossero stati i partigiani non avremmo avuto lo stato libero, non avremmo fatto la Costituzione e saremmo stati terra di conquista come Berlino Est. E poi volevo abbattere l’ondata di revisionismo per cui molti si permettono di dire che i partigiani si sono comportati male.
C’è qualche imprenditore che rispetta, al di là dei suoi figli?
Ti potrei dire tanti nomi, se pensi all’Italian pensi alle 3F: forniture, fashion, food. Direi Guzzini, Valcucine, Flu, Artemide, tutte aziende di famiglie straordinarie. Nel fashion come non citare Armani, Diesel, Cruciani, Cucinelli, Loro Piana, Della Valle, Geox. Nel food non cito nessuno per rispetto, ma tirerei in ballo anche i cuochi, sempre più imprenditori del nostro Paese. Gaia e Ceretto sono da nominare, come Rivetti e Allegrini: l’Italia è un tessuto di gente bravissima, più brava di me e io ogni giorno imparo qualcosa da tutti
loro. Cambia mestiere ogni dieci anni. Il primo Eataly fu aperto nel 2007. Cosa ha in mente ora? Ho un limite: non esprimo più creatività nello stesso mestiere dopo dieci anni. Come fanno a fare politica per
25 anni? Come posso pensare bene di loro? Non possiedo più neppure una quota di Eataly, non sono più amministratore delegato da quattro anni e da qualche settimana ho dato le dimissioni da presidente. È giusto che faccia un passo indietro e che lasci, ai miei figli, il campo libero. Sto per iniziare una nuova
avventura che mi occuperà la vita, tra i 60 e i 70 anni. Partirà dall’Italia e andrà nel mondo perché non concepisco nulla che non abbia una portata globale. Merito di mia madre che mi diceva sempre: “Se non sai vendere a casa tua non lo farai certo fuori”. Il progetto si chiama Green Pea, “pisello verde” e si occuperà di sostenibilità. I prossimi 20 anni saranno contrassegnati da questo: creare business sostenibile nel Pianeta,spostando il valore del rispetto dal senso del dovere al senso del piacere.

Si ringrazia per la pubblicazione Club Milano