sabato 19 settembre 2015

PROMINENTE CLÁSICO


« L’evoluzione di un classico»

In occasione di Baselworld 2015, Cuervo y Sobrinos presenta una nuova versione del suo rinomato “Prominente Clásico”. Questo modello presenta una sottile cassa dallo stile contemporaneo e dal look sobrio, completato da un elegante e raffinato quadrante che racchiude perfettamente l’esclusiva identità del marchio dalle origini Latine.


Le linee pure di Prominente Clásico sono ispirate allo stile Art Déco. Ed è un puro piacere indossarlo grazie alle ridotte dimensioni della cassa (32 x 43 mm) perfettamente in linea con le attuali tendenze di eleganza e sobrietà. La nuova collezione Prominente di orologi è il perfetto esempio di fascino sofisticato.


La serie Prominente accoglie un movimento CyS 5101 su base ETA2892-A2. Si tratta di un movimento automatico con riserva di carica di 42 ore, impermeabile fino a 3 atmosfere. Indica le ore, i minuti, i secondi e la data. L’orologio è realizzato in acciaio inossidabile e il movimento è visibile attraverso il fondello trasparente in vetro zaffiro.

Questo nuovo modello con quadrante color crema e finitura rigata classica trasmette tutto il calore e l’emozione del marchio inequivocabilmente associato alle sue origine cubane. Il vetro zaffiro a doppia bombatura dona all’orologio un affascinante tocco vintage tipico degli anni ‘40.

Il nuovo modello Cuervo y Sobrinos rispecchia ancora una volta l’essenza e la filosofia di questo esclusivo marchio svizzero: il rispetto per le origini e le tradizioni latine combinato alla conoscenza dell’alta orologeria e della tecnologia più moderna.

lunedì 14 settembre 2015

Storia della moda italiana


La moda degli anni '50 è sorta in seguito alla esplosione della creatività italiana, nel periodo che va dalle elezioni politiche del 1948 alle Olimpiadi di Roma del 1960. L'Italia di quegli anni era un paese appena uscito dalle distruzioni della seconda guerra mondiale che, per merito di una grande forza interiore, ne vide la rinascita, economica e materiale. Il popolo italiano aveva voglia di vivere, sperimentare, ostentare, sognare e gioire; e fu così che, grazie alla peculiare creatività italiana, avvenne l'ascesa del "Made in Italy".

Il decennio degli anni Cinquanta è stato il primo momento di benessere per l'Italia; un'epoca veloce e spensierata nella quale la concezione di vita ricevette un nuovo significato: il benessere. Dunque anche la donna, prima vista come madre di famiglia, obbediente e sottomessa, ora rappresentava, grazie anche all'influsso dato dal cinema nostrano, la speranza dopo la fame della guerra, una donna elegante e sofisticata, curata in ogni aspetto, sicura di sé. Anche la situazione politica, con un governo stabile, contribuì a dare più sicurezza al popolo italiano.

 Tutta questa cornice d'innovazioni permise anche nel campo della moda un percorso di evoluzione che oggi, pur non avendo ancora raggiunto la sua meta, fa dell'Italia una nazione leader della moda mondiale, pari alla Francia e agli Stati Uniti. Dopo la prima guerra mondiale, le donne, alle quali si apriva ora la possibilità di accedere a ruoli in passato ricoperti esclusivamente dagli uomini, incominciarono ad aspirare ad abiti pratici e funzionali e ad acconciature semplici: accorciarono le gonne, cominciarono a indossare i pantaloni e a portare i capelli molto corti. Si trattò probabilmente della prima vera e propria rivoluzione nella storia della moda.
 
 Ancor più grande fu la rivoluzione dopo la seconda guerra mondiale, in quanto per la prima volta si parlò di moda come la intendiamo oggi. Gli abiti non erano esclusivamente funzionali e pratici, ma raffiguravano lo stato d'animo di un'intera generazione, piena di vita e nuovi colori. Questa nuova moda fu introdotta dallo stilista francese Christian Dior e soprannominata "new look", che in poco tempo prese piede anche in Italia. Secondo Dior, il "new look" serviva per donare alla donna la femminilità e la raffinatezza persa durante la guerra: la figura femminile torna ad essere viva: le spalle si spogliano e divengono morbide e arrotondate, il seno viene messo in risalto, la vita è sottilissima, ritorna l'uso del corsetto con i fianchi imbottiti, le gonne sono voluminose e gonfie. Si ripropone la donna oggetto, bella da ammirare, ma che non fa nulla e passa il tempo nei saloni di bellezza. I capelli sono permanentati e morbidi, il trucco pesante ma dettagliato, uso sfrenato di fard sugli zigomi, sopracciglia depilate, eye-liner nero, ombretto colorato e mascara, rossetto rosso. L'Italia aveva capito che la sua moda poteva contrastare l'egemonia dell'Alta Moda francese grazie alla fantasia, la vestibilità, la semplicità di taglio e la raffinatezza dei materiali, l'uso sapiente del colore e delle decorazioni. Non era soltanto una questione di prezzi più bassi: la moda italiana era soprattutto in sintonia con i nuovi stili di vita che la prima vera e propria generazione di donne lavoratrici stavano affermando negli Stati Uniti e nel nord Europa. 

Fino all'inizio degli anni '50 l'Alta Moda era riservata a un'elite: aristocrazia, alta borghesia e cinema. Ma ben presto nacque anche nel resto della popolazione il desiderio di vestire bene, di essere eleganti sia negli abiti che negli accessori. Bisogna però aspettare fino agli anni Sessanta dove, per via del "prêt-à-porter" la moda divenne accessibile a gran parte della popolazione. Capo d'abbigliamento tipico di quegli anni è la gonna a palloncino, per appunto di forma gonfia, ottenuta con una stretta fascia attaccata all'orlo in modo da creare una curvatura all'interno verso le ginocchia. Chiamata anche "bubble skirt" (in Inghilterra), questa gonna divenne un simbolo di femminilità, che rappresentava il ritorno ad uno stile sontuoso e un po' nostalgico dal gusto Ottocentesco, esaltando soprattutto le corporature adolescenziali. Primo a proporre la linea a palloncino fu lo spagnolo Cristobal Balenciaga, e oggi questa linea è tornata a far parte del nostro guardaroba. Brevemente vorrei nominare anche un altro simbolo di quell'epoca: le acconciature "alveari". Si faceva a gara per vedere chi si acconciava i capelli più in alto e chi si spruzzava più lacca. Queste buffe pettinature erano tipiche delle giovani e di conseguenza, viste con disprezzo e diffidenza da parte dei più anziani


Sin dagli anni '30 i creatori di abiti non erano più sarti, ma stilisti rinomati; negli anni Cinquanta cominciarono poi a farsi un nome tra le stelle dell'Italian Fashion. Questo innovamento fu possibile grazie alle spese e agli incassi del dopoguerra che fecero aumentare la richiesta sempre più forte per abiti di marca, poiché ci fu un boom economico generale. Nomi come le Sorelle Fontana, Roberto Capucci, Emilio Pucci e Fernando Gattinoni firmavano gli abiti più belli di quegli anni; volendo nominare uno stilista straniero non posso tralasciare il "Dio della Moda" Cristian Dior che già da 20 anni riempiva gli animi delle persone con le sue creazioni. Nonostante abbiamo già sentito molto sulle Sorelle Fontana, vorrei rinfrescarci la memoria: per l'arte delle Sorelle Fontana si tratta di una celebrazione nei luoghi di origine della loro famiglia e della loro attività. Zoe, Micol e Giovanna Fontana iniziarono proprio a Traversetolo, nella sartoria della mamma, il cammino che con coraggio e genialità le avrebbe portate a ottenere successi e riconoscimenti prima a Roma e poi in tutto il mondo. Primo fra gli abiti delle Sorelle a portare fama e lustro oltreoceano, fu l'abito da sposa di Linda Christian che sposò Tyrone Power nella basilica di Santa Francesca Romana. Da quel giorno in poi nacque una sorta di frenesia tra le fidanzate d'America a desiderare abiti da sposa creati dalle Sorelle Fontana. Ad esempio la figlia del Presidente degli Stati Uniti, Margaret Truman. Avendo rilanciato così l'Italian-look, il marchio "Sorelle Fontana" si impose in un'epoca in cui la Francia dominava incontrastata il panorama della moda internazionale con i nomi di Dior e Balmain e dall'atelier di Roma raggiunse i mercati del mondo intero. 

A questi primi successi ne seguirono molti altri, le Sorelle Fontana intrecciarono la loro opera con famose industrie italiane, si legarono al teatro e al cinema, alla finanza e alla politica, senza mai dimenticare la provenienza artigianale della loro arte e la profusione di cultura che le distinse sempre. Vorrei presentare ancor un altro designer italiano di fama mondiale: Roberto Capucci. Nato a Roma nel 1930, Capucci venne giudicato miglior creatore della moda italiana (in particolar modo da Dior) a soli 26 anni. Nel '62 aprì un atelier a Parigi dove venne accolto fra clamori ed entusiasmo. Capucci fu il primo artista italiano a cui venne chiesto di firmare una sua creazione. Negli anni '50 emerse anche un nuovo ruolo delle indossatrici che, da volti pressoché anonimi, diventarono personaggi. Così nacque l'epoca delle modelle famose che poi aumentò ancor più negli anni '60. Tra le prime ricordiamo le inglesi Jean Shrimpton e Twiggy (la prima donna grissino), che diventarono famose per le loro fotografie scattate dagli inglesi David Bailey, Terence Donovan e Brian Duffy. Questi non erano interessati a quanto una modella potesse rendere elegante l'abbigliamento, essi volevano mostrare quanto il vestito potesse far sembrare sexy la modella, e portarono così una rivoluzione nel pensiero. Come ho detto già prima, la moda era riservata a un'elite, tra queste anche le stelle del cinema: Linda Christian, Rita Hayworth, Ava Gardner, Liz Taylor e Audrey Hepburn; ma anche il cinema italiano di Cinecittà portò i suoi frutti: Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano e Marisa Allasio. Diventando ambasciatrici della moda istituirono così un rapporto tra moda e cinema, che iniziò nei primi del '900 a Hollywood; fino a quel momento le dive provvedevano loro stesse agli abiti di scena. In seguito la figura del costumista ebbe un ruolo decisivo nel decretare il successo della protagonista e di conseguenza dei film. (di Lidia Trivisonne)







lunedì 31 agosto 2015

HISTORIADOR VUELO “Il futuro di un mito”

El tiempo lento… el tiempo vuela…




L’Avana nel 1882 aveva certamente un altro ritmo, un tiempo lento che permetteva di godere appieno di ogni momento e di vivere ogni esperienza fino ai propri limiti. Offriva un alto stile di vita e l’attenzione era puntata su ogni dettaglio. Attori, uomini d’affari e avventurieri visitavano la città contribuendo a mantenere vivo tale spirito.


Grazie a loro questo spirito ha attraversato le epoche in un “Vuelo” ed ora ci aiuta a progettare il futuro. Questa cultura è stata il pilastro fondante di Cuervo y Sobrinos, permettendo a La Casa di passare in un volo attraverso il tempo.
Vuelo unisce il passato al presente, racchiudendo in sé la filosofia, il savoir faire e l’esperienza acquisita dal passato per raggiungere il futuro. Sente il tempo, un tempo che trionfa insieme a Cuervo y Sobrinos.

Vuelo, un mito per il futuro raggiunge una nuova era, un nuovo concetto che supera nuovi limiti, nuove sfide e nuove idee. Il tempo si muove e con esso Cuervo y Sobrinos.

Qualità, tradizione, design e innovazione definiscono il nuovo orologio di Cuervo y Sobrinos, sviluppato, disegnato e prodotto al 100% in Svizzera, culla dell’alta orologeria. Cuervo y Sobrinos combina sapientemente la tradizionale conoscenza svizzera dell’orologeria alla più moderna tecnologia.

Vuelo incarna il prestigio e la complessità degli orologi svizzeri e rappresenta un capolavoro di alta orologeria e spirito latino.

Con il nuovo Historiador Vuelo, Cuervo y Sobrinos riporta in vita il modello storico più rappresentativo del marchio, rinnovandolo con un design creativo e ingegnoso. Inspirato a un disegno originale Cuervo y Sobrinos degli anni ‘40, Historiador Vuelo rivela uno stile moderno e sofisticato sottolineato dalle nuove caratteristiche anse.

La cassa è caratterizzata da una incomparabile complessità, la sua costruzione è molto sofisticata, con anse costruite separatamente e perfettamente avvitate alla cassa. La loro silhouette è in sintonia con la forma dei pulsanti.

Un cronografo moderno in grado di soddisfare un pubblico raffinato ed esigente alla ricerca di prodotti di lusso e distintivi. Vuelo ha un tocco contemporaneo sottolineato dal complesso quadrante multilivello, con contatori piccoli secondi e minuti sul primo livello, 24 ore, indici e numeri sul secondo livello e minuti e secondi stampati sul terzo livello.

La cassa in acciaio del diametro di 44 mm è personalizzata sul fianco con l’incisione “Vuelo” e alloggia un movimento Dubois Dépraz 30342 con datario e 24 ore, e una riserva di carica di 40 ore. Una scala tachimetrica è incisa sulla ghiera.

Le lancette dei minuti e delle ore blu acciaio con superluminova bianco donano a questo orologio uno stile moderno e accattivante, la lancetta centrali blu acciaio ha la punta a freccia rossa vuota a evidenziare il blasone Cuervo y Sobrinos; la lancetta delle 24 ore è in un lucente acciaio blu.
Historiador Vuelo è completato da un elegante cinturino in Alcantara e alligatore della Louisiana ed è disponibile in due diverse versioni con diamanti.


Vedi le schede tecniche complete



venerdì 28 agosto 2015

UN OROLOGIO (QUASI) IMMAGINARIO di Marco Strazzi

Il posto di oggi è tratto integralmente dal blog di Marco Strazzi che parla del tempo con una  concettualità leggiadra, il nostro blog non poteva rimanere insensibile, come voi sapete noi non siamo solo divulgazione di Brands ma definiamo il tempo uno strumento creato da in'idea,  
Un orologio (quasi) immaginario è tutto ciò, Buona lettura.

Il mio prossimo libro - The Museum Collection - tratterà i 100 orologi che il collezionista esperto dovrebbe inserire tra gli acquisti da prendere in considerazione. Questo post è dedicato a un orologio che ho la fortuna di possedere, ma che non figurerà nel libro. Non è un "must", anzi. In un certo senso non esiste nemmeno. Eppure sono riuscito a scrivere 300 pagine solo su di lui. 

La storia comincia con una curiosità condivisa da molti amanti degli orologi vintage. Chi era il proprietario originale dell'oggetto che hanno appena comprato? Dove abitava? Cosa faceva? In genere non è possibile rispondere a queste domande, tanto meno in casi come questo: un Longines WWW (Wrist Watch Waterproof, Orologio da Polso Impermeabile) fabbricato negli Anni 40 per l'Esercito britannico. Sapevo qualcosa di questi orologi anche prima dell'acquisto, ma non ero un esperto, visto che il mio interesse per la storia dell'orologeria verte sulla produzione civile e non su quella militare. Ora che possedevo uno dei famosi e ricercati WWW, sentivo di doverne sapere di più. Le prime ricerche mi condussero a un articolo di T. Koenig e A. van der Meijden pubblicato nel 2008 dall'Horological Journal. Si tratta di una lettura obbligata per chiunque abbia un interesse per questi orologi, in quanto fornisce una panoramica completa dei fabbricanti, dei requisti di conformità definiti dall'Esercito britannico, dei quantitativi e delle date di produzione. Quest'ultimo dettaglio mi ha un po' deluso: pare che nessun WWW abbia partecipato alle battaglie per la liberazione dell'Europa perché sono stati consegnati tutti dopo la fine della guerra nel Vecchio Continente. Per quanto riguarda il mio Longines in particolare, una conferma autorevole è arrivata dalla Casa stessa. Il movimento fu venduto a Baume, il suo agente londinese, nell'autunno del 1945.

Avrei potuto archiviare la questione. Dopo tutto, ne sapevo abbastanza per non fare una brutta figura se qualcuno mi avesse chiesto informazioni sul mio orologio dall'aspetto vissuto. Invece non l'ho fatto. Il mio interesse di lunga data per la Seconda Guerra Mondiale, insieme con l'orgoglio per l'acquisizione del Longines e una passione per gli scenari alternativi, ha prodotto una serie di "E se...". E se un prototipo del WWW fosse stato consegnato per un test molto prima del 1945? E se fosse stato al polso di un Paracadutista britannico nelle ore del D-Day? E se fosse stato smarrito durante uno scontro a fuoco? E se fosse ricomparso sul catalogo di una casa d'aste settant'anni più tardi? E se...




Queste ipotesi fantasiose sono state seguite da due anni di ricerche, di viaggi nel Regno Unito e in Francia, di conversazioni con i veterani e gli storici, di scrittura. Per la prima volta in vita mia, passavo dalla descrizione della realtà alla narrativa, ma allo stesso tempo avvertivo il dovere di essere plausibile e di rispettare la verità storica. Il risultato è il romanzo L'orologio con le ali, successivamente tradotto dall'originale italiano in inglese (Wingwatch) e in francese (La montre ailée). I suoi temi sono il coraggio, la paura, la trasmissione della memoria tra generazioni, il dolore della perdita, l'incoraggiamento trovato nella certezza che "Non Camminerai Mai Solo" (You'll Never Walk Alone), come recita la canzone preferita del protagonista.
Che c'entra l'orologio con tutto questo? Beh, si tratta di una macchina del tempo. Non c'è da stupirsi se riesce a far emergere una storia lungamente dimenticata e a facilitare la soluzione di un mistero. Le sue lancette arrugginite e il suo quadrante scolorito sanno scandire giorni che non sono quelli limitati degli uomini.

Ecco perché questo orologio è importante. Mi ha spinto a creare qualcosa di cui non sapevo essere capace. Mi ha indotto a visitare i luoghi dove è stata scritta la storia e a incontrare coloro che l'hanno scritta. E mi ha confermato che i collezionisti hanno ragione ad essere curiosi sul passato degli orologi vintage che acquistano...


E ora le immagini. Ci sono sia l'orologio autentico (in alto) che la versione romanzata(sopra e sotto) creata per il video e per il presente blog. Quest'ultima è il risultato di ritocchi compiuti con Photoshop per modificare il quadrante, sopprimendo il nome della marca, e il fondo della cassa, sostituendo i contrassegni usuali dei WWW con le incisioni citate nel racconto. Nessuna correzione si è resa necessaria per il movimento.


si ringrazia per la pubblicazione Marco Stazzi che potete seguire sul Profilo Facebook e sulla pagina 10.10.ch










venerdì 21 agosto 2015

10 lezioni di stile che ci ha trasmesso Audrey Hepburn & Il tubino nero è per sempre

Cambiano le mode, gli outfit, le forme ed i colori in passerella, ma c’è una cosa che non cambia mai. La classe, quella vera, non teme il passare del tempo: così ancora oggi le lezioni di Audrey Hepburn, vera e propria icona di stile, sono più attuali che mai. Tra le sue caratteristiche più apprezzate, la capacità d iessere femminile in ogni contesto e di sentirsi sempre a proprio agio.
Oggi abbiamo pensato di raccogliere 10 lezioni di stile senza tempo che Audrey Hepburn ci ha trasmesso
Spesso, gli outfit più semplici sono proprio quelli di cui abbiamo bisogno – Non bisogna sempre farsi rubare la scena da accessori ed abiti d’effetto, tutto quello che serve è già a portata di mano.
guanti rendono un outfit più sofisticato – Alcuni dei look più apprezzati di Audrey sono diventati iconici proprio grazie al tocco in più di un paio di guanti.
Un sorriso può davvero fare la differenza – Avete notato come in molte delle sue foto, ad attirare l’attenzione è anzitutto il suo sorriso? Il resto viene poi.


Non bisogna avere paura dei capi dal taglio maschile - Anche con un outfit apparentemente poco femminile, il fascino di Audrey Hepburn rimane immutato.
Non sono sempre necessari i tacchi per fare colpo – Chi l’ha detto che per sentirsi davvero femminili sono necessari un paio di tacchi vertiginosi? Alcuni dei look più amati della Hepburn includono calzature semplici (e nessun paio di trampoli).



Gli occhiali da sole stanno bene praticamente su tutto – Questo vale anche per gli outfit più eleganti, come dimostrano i fotogrammi di Colazione da Tiffany.
Non è vero che un costume da bagno a due pezzi è sempre più sexy – Anche con un semplicissimo costume intero potete attirare l’attenzione.
Mai sottovalutare l’importanza del makeup occhi – L’eyeliner messo nel modo giusto può rendere un look più speciale.
Ogni tanto bisogna anche osare – Che sia un cappello, una maglia o qualsiasi altro accessorio, concedetevi il privilegio di stupirvi e di stupire. Anche i capelli corti sanno essere molto femminili – La chiave sta nel sentirsi a proprio agio, sempre.



Il Tubino Nero:
E’ proprio vero il tubino nero è per sempre.Il tubino nero si adatta a qualsiasi forma del corpo
  • che siate a clessidra, a mela, a triangolo, poco importa…Lui sarà sempre pronto a valorizzare la nostra silhouette e a conferirci fascino, eleganza e una irresistibile femminilità.
Tropicana di Cuervo y Sobrinos 1882
Lo si può indossare al lavoro, a una festa più o meno formale o a un matrimonio senza mai essere fuori luogo, ma sempre eleganti e sofisticate. Grazie alla semplicità delle sue linee, che fasciano il nostro corpo con grazia, il tubino nero potrà essere impreziosito con gli accessori più disparatiPotremo quindi dare sfogo alla nostra fantasia con una bella stola, una borsa dai colori più o meno accessi senza mai sbagliare, perchè si armonizzeranno perfettamente.

  • Impossibile farne a meno!
  • In ultimo, ma non per ultimo, ancora una piccola lezione di stile che non dovremmo mai dimenticare: a volte bisogna non prendersi troppo sul serio!

martedì 18 agosto 2015

TROPICANA Una storia di glamour e bellezza


Nel jet-set degli anni ’50, il Tropicana era al culmine della notorietà tra coloro che appartenevano all'alta società di Cuba. Frequentato da personalità quali Marlon Brando, Ernest Hemingway, Rita Hayworth, e J.F.K., per nominarne alcuni. Il Tropicana è stato un mito dello spettacolo Latino che insieme a Folies Bergère accoglieva uno stile e un’atmosfera di charme, comune a due continenti opposti.

La bellezza femminile era esaltata da addobbi e trucchi che riprendevano linee di Art Deco che ne accrescevano la loro attrattiva.
Da qui nasce l’ispirazione per il disegno del quadrante, che inoltre riprende le incisioni finissime di Art Deco che rievocano gli interni della cassaforte della boutique di Cuba.
Il nuovo Lady vuole rilanciare la bellezza complicata con linee curve e slanciate verso l’alto che erano state riprese dai costumi delle stupende donne del Tropicana.

La nuova linea lady "Tropicana" di Cuervo y Sobrinos è sviluppata in cinque differenti versioni di quadrante dove a fare da “Star” é la polvere di diamante utilizzata per enfatizzare il decoro.  Il materiale di base è la madreperla per la versione bianca mentre la ricercata versione nera con polvere di diamanti bianchi o neri è realizzata in uno splendido quadrante “soleil”.
Questi capolavori sono ospitati in una cassa in acciaio delicatamente incastonata di diamanti bianchi o di rubini o zaffiri in sintonia con la polvere di diamante del decoro.

La decorazione del quadrante prosegue fino al cinturino per non lasciare nulla al caso. Il cinturino in pregiata pelle, a lavorazione esclusivamente artigianale, presenta un inserto intagliato finemente che riproduce le linee del decoro del quadrante nelle rispettive colorazioni.

Il Tropicana è senza dubbio un inno alla bellezza femminile e al glamour.



giovedì 6 agosto 2015

RUM, CADILLAC E MUSICA : di Samanta Colombo


Acque cristalline, una natura rigogliosa, architetture raffinate e una vita culturale vivace: tutto questo è Cuba, isola dai mille volti nel cuore dei Caraibi, da scoprire in ogni suo angolo. 







Adagiata nel cuore dei Caraibi, Cuba è un’isola dai mille volti, crocevia di culture e insieme di paesaggi dissimili, in grado di dar vita a uno dei luoghi più incantevoli del mondo. Sono gli oltre 600 chilometri di spiagge che scivolano lungo la costa a colpire per primi, gli stessi che hanno conquistato gli esploratori europei approdati qui cinque secoli fa. In questa distesa all’apparenza infinita, la provincia di Holguín, nella parte occidentale dell’isola, accoglie i riflessi dorati della sabbia di Guardalavaca e di Playa Esmeralda, poco distanti dalla barriera corallina. Al lato opposto dell’isola lo spettacolo non è da meno: nell’area di Matanzas è infatti possibile lasciarsi accecare dal bianco della spiaggia di Varadero, a più voci definita come una delle più affascinanti del mondo. Lungo queste coste non è improbabile scoprire la compagnia dei delfini: tutte caratteristiche che fanno del turismo la vocazione principale dell’area.

Accanto alle spiagge non va tuttavia dimenticato il patrimonio naturale dell’isola caraibica, tra cui i parchi naturali nei quali la vegetazione cresce rigogliosa, come l’arcipelago di Jardines del Rey, che ha ispirato anche la penna di Ernest Hemingway per il suo Isole nella corrente. Tra dune sabbiose e mangrovie lussureggianti, fenicotteri e acque cristalline, in queste terre immerse nell’Atlantico si approda sull’isolotto calcareo di Cayo Largo, con le sue aree naturali e protette.

Il mare di Cuba non presenta tuttavia solo una gamma di sfumature che vanno dal celeste diafano al turchese più intenso, ma anche una fauna prosperosa: le acque calde dei Caraibi a sud, quelle dell’Atlantico a nord e il vicino Golfo del Messico, con la sua corrente tiepida, accolgono coralli multicolore, crostacei, tartarughe marine, una miriade di specie ittiche e persino alcuni lamantini.
In questa natura incomparabile, la storia ha lasciato a Cuba tracce tangibili e variegate, un caleido-scopio di stili artistici e architettonici. Basti pensare a Baracoa, la città più antica che con le sue case coloniali, domina solitaria la punta nordorientale, protetta da foreste vergini e dall’altopiano di El Yunque, mentre nelle sue strade risuona il changüí (musica che fonde la tradizione spagnola con le percussioni africane). L’eleganza coloniale fa mostra di sé anche a Camaguey: il centro storico è un intrico di strade nelle quale sono incastonate chiese barocche e statue uniche, con una particolarità: i tinajones, tipici vasi di terracotta, utilizzati in origine per la raccolta dell’acqua piovana e disseminati in ogni angolo.

Sulla costa meridionale, in quella Santiago de Cuba dove nel 1953 si è accesa la miccia della Revolución, si erge invece l’imponente castello di El Morro, poco lontano da una delle mete di pellegrinaggio più rinomate dell’isola, la basilica di Nuestra Senora de la Caridad del Cobre. Diversa l’atmosfera a Santa Clara, dove ha sede il Mausoleo Che Guevara che custodisce le spoglie del Che e dei suoi compañeros caduti in Bolivia con altri combattenti.






Se la storia dell’isola cubana si dipana tra contraddizioni ed è in grado di generare in chi vi si accosta le opinioni più disparate, esattamente come i suoi sempre mutevoli paesaggi, nondimeno è vivace la sua vita culturale. Ad esempio, è possibile entrare in contatto con la musica più viscerale, solo varcando la soglia delle numerose Casa de la trova, una tradizione antica di voci e chitarre, che vede tra i suoi maggiori esponenti un’artista come Compay Segundo. Questa vivacità non può che esprimersi al meglio nella capitale: L’Avana non èuna semplice città, bensì un ricettacolo di cultura. Separata dal mare dalla lunga via del Malécon, il viale su cui da un lato si affacciano le antiche case e dall’altro s’infrangono i flutti del Golfo,è essa stessa l’essenza di Cuba. Dalle viuzze de L’Avana  Vecchia, patrimonio Unesco con ben un migliaio di monumenti concentrati nelle sue vie, fino alla periferia, sono le strade a pulsare di vita: automobili anni Cinquanta, echi di musica e passi di danza si fondono tra negozi di libri e locali di ogni tipo dove sorseggiare un mojito nella sua terra natia. L’Avana è uno dei centri culturali più ferventi dei Caraibi e del mondo intero, che custodisce sì la propria storia secolare e celebra la rivoluzione, ma pure guarda al futuro. E questa è un’altra delle caratteristiche di Cuba, una sorta di energia senza fine, una fucina creativa vitale e inesauribile, palpabile in ogni dove.

lunedì 3 agosto 2015

Robusto Buceador Manjuari 1882

Innovazione sportiva e tecnologia d’avanguardia Svizzera
La  versione del Robusto Manjuari 1882 della Cuervo y Sobrinos si ispira ad un pesce simbolo dell’isola Caraibica, il “Manjuari”.  Una specie endemica del Mar dei Caraibi, di origini preistoriche, autoctona ed oggi protetta, a cui tutti i cubani guardano con simpatia e rispetto.

La Cuervo y Sobrinos ha stabilito criteri tecnici di alto livello per questa novità. Piacevole in termini estetici, estremamente comodo da portare grazie al morbido cinturino in caucciù, con interno rosso personalizzato, il “Manjuari” racchiude in sè caratteristiche tecniche e tecnologiche d’avanguardia: cassa modulare in acciaio, titanio e caucciù, ottime prestazioni in termini di impermeabilità, corona a vite, massima leggibilità e movimento con doppio fuso orario. Caucciu’ anche per i laterali della cassa, che gli conferiscono un aspetto estremamente hi-tech. Nuova lunetta in titanio e cristallo per garantire massima leggibilità anche ad estreme profondità.

Il nuovo Robusto Manjuari 1882 non è un orologio qualsiasi. Si tratta di un orologio sportivo, capace di scendere a grandissime profondità, cioè a 1882 piedi,  quasi 600 metri, dove il “1882” vuole anche sottolineare l’anno di fondazione del marchio.
L’ispirazione al Manjuari non è casuale; questo pesce dall’aspetto unico e dalla forma particolare viene inciso sulle monete cubane da un peso. La medesima incisione Cuervo y Sobrinos l’ha voluta sul fondo di ogni orologio “Manjuari”.

Questa volta sono l’isola di Cuba nonché il suo fantastico mare ad ispirare i maestri orologiai di Cuervo y Sobrinos.

giovedì 30 luglio 2015

Lo stile (non) va in vacanza di Italo Borrello

Siamo oramai entrati nella stagione più pericolosa dell’anno, per l’uomo che desidera essere elegante. Come resistere e offrire agli occhi inconsapevoli dei più un esempio concreto e virtuoso di stile maschile?

Siamo oramai entrati nella stagione più pericolosa dell’anno, per l’uomo che desidera essere elegante. Come resistere e offrire agli occhi inconsapevoli dei più un esempio concreto e virtuoso di stile maschile?

I tempi - complessi e certamente poco eccitanti - in cui è dato vivere pongono l’uomo al centro di numerose tensioni. Chi sia giunto alla maturità aspira ancora a consolidare le mete che faticosamente ha ottenuto; al contempo, rifugge decisamente l’assunzione di troppe responsabilità. Anela a una tranquillità economica che qualunque onesta professione concede sempre più tardi e, al tempo stesso, convive con un bruciante desiderio di libertà. Sempre più impegnativa e difficile diviene l’acquisizione di un ruolo pieno e convinto nelle principali dimensioni del suo vivere sociale. Il matrimonio e la famiglia, in particolare, non costituiscono più spartiacque tra l’età del disimpegno e quella cd. “della ragione”.
Nell’abbigliamento maschile si osservano tendenze opposte ed egualmente preoccupanti.
Da un lato, è crescente il numero di uomini di mezza età (e oltre) affetti da penose sindromi giovanilistiche che si traducono nel culto esasperato di taluni capi d’abbigliamento: i jeans o i pantaloni a vita bassa entro cui si costringono - evidenziandole ancor di più - pancette e altre inevitabili imperfezioni fisiche; gli indumenti comodi e informali che - traducendo incontenibili smanie di libertà - lasciano spesso intravedere vaste aree di epidermide pelosa e informe; i capi cd. “tecnici” che, dovunque e comunque, richiamano il senso di eroiche avventure, vittorie sportive o imprese estreme (ovviamente solo immaginate, nel comodo tepore dei tinelli, sotto l’ipnotico effetto di giganteschi schermi al plasma). A tali atteggiamenti si affianca il rifiuto di accessori più impegnativi e simbolicamente più rappresentativi della maturità, quali il cappello, la cravatta, il cappotto.
Dall’altro lato, sono sempre più numerosi anche i nuovi (e falsi) dandies che, in nome di improbabili pretese di originalità, si dedicano con disinvolto e cinico accanimento alla rivisitazione dell’abbigliamento classico (molto spesso si tratta di veri e propri saccheggi), alla estremizzazione degli stili, delle dimensioni, delle forme e dei colori, al sistematico disconoscimento dell’etimologia e della storia dei capi che indossano.
Tra queste due opposte tendenze si colloca la gran massa di coloro che si professano del tutto disinteressati ai propri abiti, limitandosi ad accettare quel minimo di convenzioni che ancora resiste e che ancora suggerisce, ad esempio, di indossare l’abito a giacca e la cravatta per recarsi in ufficio, a un colloquio di lavoro, a un pranzo formale o a una cerimonia. Vi è, in molti di questi uomini, una sorta di rifiuto di considerare l’abbigliamento e il rispetto dei suoi codici come un aspetto importante della vita quotidiana; vi è una qualche vergogna o pudore nel dedicarvi tempo o nel parlarne. In molti casi, questi atteggiamenti - sospesi tra il senso di colpa e la compiaciuta mortificazione del piacere di vivere - tradiscono la ferma convinzione che preoccuparsi dei propri vestiti sia esclusivo appannaggio di vanitosi, superficiali, nullafacenti; di gente, insomma, vuota e inaffidabile.
Sospinto da quelle tensioni, costretto a muoversi tra differenti esemplari maschili (peraltro, di gran lunga più numerosi e influenti), l’uomo di stile, il vero uomo di stile, ha due possibilità: ripiegarsi su sé stesso e, inevitabilmente, soccombere sotto il travolgente avanzare delle nuove tendenze o sotto sferzanti giudizi di narcisistica frivolezza; oppure affidarsi - con orgoglio e silente consapevolezza - ai tradizionali valori e ideali dell’immaginario estetico maschile, alla sobrietà propria dell’eleganza classica, all’armonia che porta a vivere pienamente e naturalmente la vita, ad ogni età, anche attraverso la scelta dell’abbigliamento più appropriato.
L’estate ormai iniziata è, tuttavia, la stagione dell’anno più insidiosa per l’uomo di stile: le temperature elevate e la maggiore propensione al tempo libero e alla vacanza rischiano infatti di attenuare l’attenzione per i presidi estetici cui egli è naturalmente predisposto. Maggiori, inoltre, sono le occasioni di contatto e di confronto con le specie maschili in precedenza citate, di fronte alle quali ogni cura, anche minima, dedicata al ben vestire rischia di risaltare eccessivamente, di assumere un’evidenza innaturale e, nei casi peggiori, di essere additata quale fonte di esecrabile diversità.
Nelle righe che seguono, vorrei fornire modeste indicazioni circa taluni capi d’abbigliamento che considero più adatti ad affrontare le occasioni vacanziere offerte dall’incombente stagione estiva, senza tralasciare le insidie che, come già detto, esse possono riservare.
Occorre innanzitutto precisare che l’uomo di stile non dovrebbe mai vivere la vacanza come un’occasione che autorizzi qualsivoglia mutamento nelle proprie abitudini e attitudini. Come in altre situazioni e stagioni dell’anno, egli semplicemente si limiterà ad adeguare il proprio guardaroba al clima, agli impegni e ai programmi, alle località in cui trascorrerà il meritato riposo, alle attività ricreative in cui sarà presumibilmente più coinvolto.
Non solo le località e le modalità di vacanza, ma anche i capi d’abbigliamento da riporre in valigia saranno diversi a seconda che si vada in vacanza da soli ovvero con la propria famiglia e, in particolare, con bimbi ancora piccoli. In quest’ultimo caso, l’uomo di stile, quand’anche possa permettersi una o più bambinaie cui affidare le incombenze più gravose e fastidiose che la gestione dei piccoli comporta, non rinuncerà a trascorrere buona parte della giornata a contatto con i figli, vivendo tali momenti (più frequenti rispetto agli ordinari periodi lavorativi) come ulteriori occasioni di piacere. Sarebbe perciò auspicabile, per affrontare queste occasioni con la dovuta scioltezza e il massimo del godimento, che la scelta dei capi da indossare scontasse preventivamente un accurato calcolo dei rischi di macchie, strappi o altri tipi di danni. In definitiva, la grazia e l’eleganza di un uomo di stile si misurano anche attraverso la particolare “sprezzatura” con cui egli si mostra in grado di godere, con l’abbigliamento più adeguato, di ogni dono che la vita abbia voluto generosamente concedergli e, tra tutti, di quello - meraviglioso - della paternità.
Fatte queste premesse, vorrei richiamare l’attenzione su capi  d’abbigliamento particolarmente versatili e dotati di notevole capacità d’adattamento a situazioni diverse. Essi saranno da considerare, in qualsiasi tipo di vacanza, come “irrinunciabili”.
Tra le giacche, il blazer blu occupa un posto privilegiato. In trasparente lana ritorta a due capi, in fresca saglia, addirittura in seta shantung, prevalentemente sfoderato, in versione monopetto (a tre bottoni) o doppiopetto (a sei), con tasche a filo o (meglio) a toppa, bottoni in metallo o in spessa madreperla, esso sarà un fedele compagno nelle occasioni formali (abbinato a pantaloni in tela vaticana grigio medio o antracite), oppure in quelle più mondane ma meno impegnative (con pantaloni in lana o lino nelle gradazioni comprese tra il bianco, il ghiaccio e il beige). Oltre a quelli appena citati, la gamma dei pantaloni da indossare con il blazer dovrebbe comprenderne almeno un paio in tela o cotone rosso (splendidi quelli nel classico Nantucket red), un paio a righe bianche e azzurre in tessuto seersucker e alcuni in cotone chiaro (divertenti anche in colori insoliti come il verde mela, il rosa antico, il giallo limone, il rosso prugna).

L’abito a giacca in lino chiaro, tabacco o in un bel blu non troppo scuro, ha un fascino speciale. Da non sottovalutare, per i soggiorni in campagna, la potenza evocativa della canapa in colori naturali, declinata in abiti interi mono o doppio petto. Nell’indossare i capi appena citati in luoghi di vacanza, tuttavia, occorre una buona dose di disinvoltura (che è uno dei pilastri su cui poggia l’eleganza), onde sopportare con nonchalance inevitabili sguardi curiosi, divertiti o irridenti. Anche le località più rinomate, infatti, sono ormai prese d’assalto da orde di “ciabattanti”, al cui cospetto un abito di tal fatta può far sentire spaesati o fuori luogo.
Altri pantaloni indispensabili in vacanza sono quelli da indossare con la sola camicia. Occorrerebbe farsene confezionare alcune paia in drill di cotone blu, crema o bianco. Ad essi aggiungerei i classicissimi e pressoché indistruttibili chinos, di taglio più sportivo, e alcuni bermuda in drill di cotone chiaro o a righe seersucker con tasca tagliata, pinces e risvolto. In montagna, oltre a quelli in tela o cotone, faranno figura comodi pantaloni in velluto a coste, nei classici colori del bosco.

È doveroso dedicare qualche cenno specifico ai jeans, che occupano uno spazio più che degno nell’abbigliamento classico. Si tratta di un capo sportivo, da utilizzare in contesti coerenti con la sua natura, abbinandolo a capi altrettanto sportivi e informali (come camicie in tela, giubbini di cotone tipo “bomber”, ecc.). Sembra quasi superfluo ricordare che la linea asciutta e aderente di questi pantaloni ne sconsiglia l’adozione a chiunque non sia dotato di un fisico altrettanto asciutto, plasmato da almeno qualche ora settimanale di attività sportiva. L’uso del blazer blu con i jeans, praticato all’inizio solo da taluni fuoriclasse dell’abbigliamento (tra tutti, l’avvocato Agnelli) e diffusosi rapidamente tra tristi epigoni e “originali a tutti i costi”, mi pare oggi francamente detestabile, al pari dell’orribile verbo “sdrammatizzare” spesso usato per giustificarlo.
Per ciò che concerne le calzature, l’estate - e, in particolare, la vacanza - concede ampio spazio ai mocassini, sia in pelle liscia e suola in cuoio (bellissimi quelli con le nappine), sia in pelle scamosciata e suola in gomma o gommini (gli unici da portare senza calze). Al blazer e ai pantaloni chiari potrà essere efficacemente abbinato anche un bel paio di derby in pelle scamosciata chiara, con suola in gomma rosso mattone. Si tratta di una scarpa che, se realizzata a regola d’arte, mostra una classe travolgente.
In località marine si troveranno a loro agio, indossate senza calze, le intramontabili Superga in lino bianco o blu (ancora meglio se scolorite dall’uso), le espadrillas in colori vivaci, nonché le scarpe da barca, anch’esse in colori decisi e fondo chiaro. Zoccoli, infradito e altre tipologie di ciabatta saranno riservate - senza alcuna deroga! - ai pochi metri quadri da percorrere tra l’ombrellone e il bagnasciuga, ovvero a bordo piscina.
In montagna, le uniche scarpe da considerare, oltre ai mocassini per il passeggio in paese o le serate in albergo, saranno gli scarponcini da trekking in pelle o pelle e tela che, sopra pesanti calzettoni (magari a rombi), assicureranno il massimo comfort nelle escursioni.
Le scarpe da ginnastica (cui gli attenti cultori delle effimere leggi della moda hanno da tempo attribuito il suggestivo e onnicomprensivo nome di sneakers) sono oggi largamente abusate (persino sotto abiti completi) da aspiranti originaloni, sedicenti “neo-eleganti” e amanti del comfort estremo, in nome di una praticità che nulla concede alla bellezza e al gusto. L’uomo di stile trarrà da tali discutibili pratiche le dovute conseguenze, ignorando completamente le scarpe in questione al di fuori delle specifiche attività sportive per le quali esse sono state ideate.
Se ci si lascia guidare dal faro del buon gusto, non vi è limite, in vacanza, al numero e al colore delle camicie da mettere in valigia. Molte saranno button-down in oxford leggero, lino irlandese, chambrai o popeline, di taglio piuttosto ampio e rigorosamente con maniche lunghe. Le uniche concessioni alla mezza manica riguarderanno le polo in cotone a nido d’ape e, senza esagerare, qualche classica “caprese” (con il collo morbido e senza pistagna) o qualche “hawaiana” a colori e fantasie vivaci. In montagna, invece, avrà il giusto risalto ogni specie di cotone quadrettato.
L’uomo di stile nutre un’autentica venerazione per il cappello a tesa e, d’estate, sarebbe naturalmente propenso a indossare il Panama in ogni occasione consentita. Si tratta di un cappello che, per citare il mio carissimo amico Lorenzo Villa, “è metafora di una maniera di vivere e pensare”. Risalente al 1600 e definitivamente annoverato tra i grandi classici dell’abbigliamento maschile nel primo decennio del 1900, quando il presidente americano Theodore Roosevelt lo indossò in occasione dell’inaugurazione dell’omonimo canale, il Panama è il risultato dell’intreccio della toquilla, una paglia elastica ricavata dalla palma “carludovica palmata”. La sua lavorazione può richiedere fino ad alcuni mesi, per i modelli con trama più fine e leggera come il Montecristi, il che giustifica il limitato numero di esemplari in commercio e il conseguente costo assai elevato.
Anche per questo prestigioso complemento dell’abbigliamento elegante valgono talune avvertenze: si tratta di un capo da indossare con la massima disinvoltura, quando si è sicuri che ne vengano comprese non solo l’indiscutibile bellezza, ma anche l’appropriatezza rispetto al contesto e la coerenza con la mise e la peculiare sensibilità del proprietario. Purtroppo, sono sempre più rare le occasioni in cui è dato cogliere tali sforzi di comprensione, sicché l’uomo in Panama, avvistato per strada dalla solita folla di ignavi, rischia di scatenare irriverenti sberleffi piuttosto che sentimenti di soggiogata ammirazione.
Al mare o in campagna, chi voglia destare minori attenzioni potrà affidarsi, in modo del tutto adeguato, anche a cappelli in paglia di modesta fattura ma di indubitabile versatilità, ovvero a cappelli in cotone o lino, con tese abbassate, stile “pescatore”. Per i berretti tipo “baseball” e simili valgono le considerazioni svolte in precedenza per le sneakers, le camicie a mezze maniche e per tutti quei capi con i quali numerose specie d’uomini si limitano, con allegra incoscienza, a coprirsi.In definitiva, un guardaroba è il frutto della lenta e accurata accumulazione di capi e accessori. Esso, poco a poco, grazie anche a un’attenta e sapiente selezione, finisce con l’essere il più fedele ritratto della personalità, del carattere e dello stile di un uomo. Gusto e conoscenza vi si trovano mirabilmente distillati. Anche il guardaroba per le vacanze risponde a questi principi fondamentali. Non solo la sua composizione e il suo assortimento, ma anche il concreto utilizzo dei capi che lo compongono saranno la misura di come l’uomo di stile, il vero uomo di stile, interpreta, secondo uno spartito unico e irripetibile, l’arte di vivere. In questo gioco (perché nient’altro che di un gioco si tratta…), equilibrio, sobrietà, armonia saranno le uniche regole cui sarà bene evitare di concedere troppe deroghe.

Dal numero 8 di Stilemaschile online (giugno 2012), il nostro manifesto contro la volgarità estiva che ci circonda ovunque, dal mare alla città, senza più alcuna differenza.