domenica 19 giugno 2016

Fasi Lunari e Calendari.

Moon Fhase di Cuervo y Sobrinos 

I Sumeri, gli Egizi, i Romani, i Cinesi, Risalgono a circa 30mila anni fa i primi tentativi di misurare il succedersi di giorni e stagioni. da allora, molte culture hanno corretto le tecniche. 



Il tempo non esiste, scrive Carlo Rovelli; il tempo esiste, eccome, replicano i suoi critici, Se esiste, il tempo è inafferrabile, ed è perciò, da sempre, fonte di sottile dispute. Nell'undicesimo libro delle Confessioni scritte intorno al 400 d.C., Sant'Agostino metteva bene a fuoco la sua inafferrabilità: << Allora cosa è il tempo?>>, si chiedeva, <<se nessuno me lo domanda non lo so più>>.

Tuttavia, non si può fare a meno di osservare che, fin dai tempi più remoti, gli uomini hanno avvertito l'esigenza di " misurare lo scorrere dei giorni , dei mesi, e delle stagioni, per organizzare in proprio la vita sociale.

 Dall'immutabile alternanza del giorno e della notte, che regolava il tempo del lavoro, al succedersi delle stagioni che dettavano i ritmi dei lavori agricoli  si è cercato anche di organizzare momenti di vita comunitaria che si ripetevano ogni anno, come celebrazioni o eventi memorabile, per questa esigenza si cercavano intervalli più brevi, scanditi dalle fasi lunari e non è un caso che tutte civiltà vi fecero ricorso inventando i mesi,

Gli Egizi circa 6mila anni or sono, fissarono la durata dell'anno solare in 365giorni con un almanacco suddiviso in 12 mesi di 30 giorni, una precisione stupefacente, che ha richiesto solo piccoli ritocchi per fissare il calendario ancora in uso tutt'oggi.

sabato 4 giugno 2016

MODENA CENTO ORE 2016: COAST TO COAST

Cuervo y Sobrinos Top Patner 
Per il 16° anno della gara, l’organizzazione ha preparato un’edizione come sempre speciale, che attraverserà l’Italia da est a ovest, dall’Adriatico al Tirreno.
Boom di iscrizioni, che si sono chiuse con mesi di anticipo.
Grandi novità alla Modena Cento Ore 2016, che si svolgerà dal 7 al 12 giugno prossimi: il team della Scuderia Tricolore e di Canossa Events ha preparato un programma ancora una volta unico, che vedrà gli equipaggi sfidarsi per quattro giorni sulle più belle strade di Emilia Romagna e Toscana, da Rimini a Firenze, a Forte dei Marmi e a Modena.
Tre gare in pista nei leggendari circuiti di Imola, Misano e del Mugello e in salita su 12 strade chiuse al traffico.

Simon le Bon
Le iscrizioni hanno confermato il grande entusiasmo per l’evento, che ha registrato il tutto esaurito quattro mesi prima della partenza, con domande di partecipazione giunte da tutto il mondo. Tra gli iscritti si contano grandi appassionati e piloti famosi, come il mitico cantante Simon Le Bon o Jürgen Barth, vincitore della 24 Ore di Le Mans nel 1977. La Modena Cento Ore è l’unica gara in Italia, e una delle poche nel mondo, in cui i piloti devono sfidarsi sia in pista che in prove speciali su strada: un mix vincente tra rally e velocità in circuito,reso ancor più avvincente dalla partenza in griglia.
J.Barth vincitore della 24H di Le Mans 1977

La classifica viene formata sommando i tempi delle gare in pista ai tempi delle prove speciali.
Al seguito della gara di velocità è inoltre prevista una sezione ‘regolarità’ che offre lo stesso programma con un approccio meno agonistico, con giri cronometrati in pista e prove di media sempre su strada chiusa al traffico, per chi preferisce godersi il piacere del viaggio.


Historiador Piccoli Secondi 
I vincitori di ogni categoria riceveranno un elegante orologio Cuervo y Sobrinos ideato in esclusiva per la Modena Cento Ore 2016.

Il percorso attraverserà l’Italia da est a ovest in un susseguirsi di tappe spettacolari, che potranno essere anche ammirate dal pubblico.

Le meravigliose auto partiranno infatti l’8 giugno da Rimini, per sfidarsi in pista all’ Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola e percorre le strade del Passo della Sambuca, Brisighella,
Palazzuolo sul Senio, Predappio, Cesena e Santarcangelo di Romagna.

La seconda tappa, il 9 giugno, partirà con la gara in pista al Misano World Circuit Marco Simoncelli e da qui verso il Passo dello Spino, Chiusi della Verna, il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e il Passo della Consuma, per arrivare infine nel cuore della splendida Firenze.

Il 10 giugno da Firenze ci si trasferirà all’Autodromo Internazionale del Mugello per l’adrenalinica gara in pista, poi si raggiungeranno la Garfagnana, Barga, il Ciocco, Lucca e Pietrasanta. L’arrivo di tappa è previsto a Forte dei Marmi, una delle località più famose della Versilia.

L’11 giugno, la quarta ed ultima tappa partirà da Forte dei Marmi e, attraverso le Alpi Apuane e
il Passo delle Radici, raggiungerà l’Emilia con l’ultima prova speciale al Castello di Carpineti, prima di concludersi a Modena, cuore della ‘Motor Valley’.

Proprio a Modena, in Piazza Grande, il pubblico potrà ammirare l’arrivo finale delle splendide vetture al cospetto della Ghirlandina. L’arrivo è previsto a partire dalle 17 e la cerimonia del podio si terrà alle 19.00.
La Modena Cento Ore non è solo gara, ma è soprattutto una combinazione vincente di auto meravigliose e di gentlemen drivers che arrivano da tutto il mondo per questa opportunità unica di vivere l’Italia in un modo speciale combinando l’adrenalina della competizione con il piacere della buona cucina italiana e della scoperta dei territori attraversati dal percorso.

La fatica della guida è infatti interrotta da momenti conviviali che vanno dalla ‘festa di paese’ nel centro di Palazzuolo sul Senio alla profondità spirituale della sosta al Santuario Francescano di Chiusidella Verna, all’atmosfera elegante del CioccoResort, ai sapori tipici del rifugio di montagna al Passo delle Radici.
Il programma è poi completato da serate curate nei minimi dettagli, ognuna rappresentativa delle eccellenze delle quattro città che ospitano la gara: Rimini, Firenze, Forte dei Marmi e Modena.

“La Modena Cento Ore si è ormai stabilmente affermata come una delle più importanti gare nel mondo e come un punto di ritrovo dei grandi nomi del settore.”, afferma Luigi Orlandini, presidente della Scuderia Tricolore e visionario fondatore di Canossa Events. “Lo testimonia la nomination agli International Historic Motoring Awards, gli ‘Oscar’ del motorismo storico, dove tra i tanti eventi selezionati come finalisti, dall’Italia c’erano solamente la 1000 Miglia e la Cento Ore. Un successo dovuto soprattutto all’entusiasmo sincero dei partecipanti e alla passione dell’affiatato team che ogni anno, per 12 mesi, lavora sodo per costruire un evento sempre più bello".
L’evento è reso unico anche grazie al coinvolgimento di partner d'eccellenza come PorscheRM-Sotheby’s, casa d’asta leader mondiale nel settore, Straight Eight Logistics, da quest’anno partner logistico, Cuervo y Sobrinos, che ha realizzato un orologio automatico dedicato, e Blackfin, eccellenza Italiana nell’eyewear.
Riconfermato l’ormai tradizionale supporto alle attività del Panathlon Club di Modena, con una importante donazione finalizzata al sostegno di progetti sportivi per ragazzi disabili.
Confermata anche l’attenzione all’ambiente da parte dell’organizzazione, che anche quest’anno ha adottato volontariamente il protocollo CarbonZero e compenserà completamente le emissioni residue di CO2 mediante piantumazione di nuovi alberi nell’Appennino ToscoEmiliano: la Modena Cento Ore è l’unico evento del settore a ‘emissioni zero’.

temporasrl

lunedì 30 maggio 2016

Al Bar del Museo

Se un tempo la fruizione dell’arte si concludeva all’interno delle sale tra tele e sculture, ora i musei invitano a restare, aprendo al loro interno bar spettacolari, piccole oasi di relax dove sorseggiare un drink o abbandonarsi al piacere della lettura. Cosi inziava un articolo del 2015 di Antonella Armigero su Club Milano. Creare e vivere un ambiente sempre più con ritmi diversi, lenti, eleganti art decò, e non possiamo includere di nostra inziativa la Boutique-museo di Cuervo y Sobrinos unica nel sua genere  

Bar Luce foto di Attilio Maranzano
Da Milano a Roma, da Stoccolma a Parigi passando per Londra, un viaggio alla scoperta dei bar all’interno dei musei più interessanti in Italia in Europa, luoghi speciali dove prendersi un attimo di pausa senza rinunciare all’arte, ma per immergersi nella cultura anche con tutti gli altri sensi.
Il Bar Luce è una delle attrazioni che rende la Fondazione Prada di Milano degna di una visita, anzi più di una. Dopo il percorso tra le sale museali all’interno e all’esterno dell’edificio, un’ex distilleria frutto di un sapiente progetto di recupero in Viale Isarco 2, è possibile immergersi nelle atmosfere vintage di questo gioiello progettato da Wes Anderson in persona. Molti ammettono di aver acquistato il biglietto solo per sostare un po’ tra le vetrate anticate, le sedie in formica dai colori tenui, il biliardino e i flipper, tornando per qualche ora indietro nel tempo. L’obiettivo era quello di omaggiare i bar vecchia Milano e il risultato è stato sorprendente, tanto da attirare moltissimi curiosi che si attardano ogni giorno fino all’ora di chiusura (alle ore 22.00) magari per un aperitivo d’altri tempi o un digestivo.

Caffè delle Arti 
Spostandoci nella Capitale troviamo alcuni dei musei più belli al mondo e anche i bar interni si adeguano dimostrandosi all’altezza della magnificenza di questi luoghi, uno su tutti, sicuramente il più elegante è ilCaffè delle Arti all’interno della Gnam, la Galleria d’Arte Moderna. Aperta nel ’97 questa caffetteria, annessa all’elegante ristorante, ben s’integra nel palazzo dei primi Novecento, inspirato alla solennità dello stile classico in zona Parioli. Pareti bianche adornate di quadri antichi, statue e bronzi mescolati a poltroncine e a tavolini bianchi, dove rifocillarsi e prendere fiato tra una sessione artistica e l’altra. Ma la vera magia di questo locale è sicuramente la terrazza esterna, immersa nel verde del parco: approdo privilegiato, soprattutto nella stagione estiva, di intellettuali che qui si attardano fin’oltre la chiusura della galleria.
Tate cafè
Se invece vi trovate nelle City londinese per turismo o per lavoro è impossibile non includere nel vostro tour con una visita alla Tate Modern, il tempio dell’arte moderna. Oltre alle spettacolari opere d’arte custodite in quella che fino al 1981 era una vecchia centrale termoelettrica, qui potrete godere dello spettacolare panorama che offre il bar ristorante posto al settimo piano. Seduti su uno dei tavolini affacciati sulle vetrate vedrete scorrere davanti ai vostri occhi le chiatte che navigano sul Tamigi, fino a riconoscere i contorni della cattedrale di Sant Paul, del Millennium Bridge e del 30 St Mary Axe.

Caffè Campana foto di foto Travelmodus/Muuruz
S’ispita al mondo di Jules Verne, e di Emile Gallè il Cafè Campana, realizzato dal famoso duo di designer brasiliani Ferdinando e Gimberto Campana che hanno riprogettato e ristrutturato il vecchio Café de l’Horloge al quinto piano del Musée d’Orsay di Parigi. L’atmosfera ricreata dai due designer è quella del sogno, anche grazie a elementi che richiamano l’acqua e al grovigli di fili colorati come il corallo che si mescolano a superfici a specchio. A spiccare su tutto, c’è il grande orologio posto sulla vetrata che ricorda il passare inesorabile del tempo o il suo fermarsi per assaporare appieno questa magia.

Fotografiska bistro
Dalle atmosfere oniriche a quelle calde e accoglienti del caffè del Fotografiska. Ci troviamo adesso nella gelida Stoccolma, all’interno del museo della fotografia, che ospita gli scatti dei più importanti fotografi internazionali. Qui oltre a godere della vista delle formidabili opere esposte, i visitato trovano un posto privilegiato dove rifocillarsi e osservare la città dall’acqua. Il museo infatti è ospitato all’interno di un edificio di mattoni rossi in stile Art Nouveau, che un tempo funzionava come dogana mercantile, stretta tra il mare da un lato e le scogliere di Södermalm dall’altro. Così mentre si sorseggia un caffè o si gusta una delle specialità locali proposte dal bistrot è possibile vagare con gli occhi e catturare i colori scintillanti della città vista dalle finestre tutta parete.

La boutique-museo del Habana 
Cuervo y Sobrinos ha aperto una magnifica gioielleria museo a La Habana, città in cui il marchio venne fondato alla fine dell'Ottocento.
L'inaugurazione nel Luglio del 2009 è stato un evento storico: Cuervo y Sobrinos è infatti il primo marchio di orologeria di lusso ad aprire un negozio monomarca a La Habana.

La boutique, un ampio locale chiamato "El Reloj Cuervo y Sobrinos" (L'orologio Cuervo y Sobrinos), occupa un edificio emblematico del XIX secolo nella centralissima Calle Muralla, dove un tempo si trovava la boutique originale.

Tradizione ed Eleganza
Lo spazio dedicato alla vendita degli orologi di lusso e dei gioielli, dove si espongono le collezioni di orologeria e gli articoli da scrittura, ospita anche un museo di pezzi antichi e un elegante bar. In quest'atmosfera squisitamente Art Decó spicca la cassaforte originale di Cuervo y Sobrinos, trasferita qui dalla vecchia sede di Calle San Rafael e perfettamente a tono con l'ambiente della gioielleria attuale.

giovedì 14 aprile 2016

«IL PIACERE DI SCRIVERE»



 La collezione di strumenti di scrittura “Historiador” include una penna stilografica e una penna a sfera. Entrambi i modelli sono un tributo all’anno 1882 della Casa e sono stati realizzati in edizione limitata di 882 per la stilografica e di 1000 pezzi per la penna a sfera.

Questi gioielli di scrittura sono ancora più esclusivi se si considera che l'elegante colore madreperla non è mai omogeneo, rendendo ogni pezzo assolutamente unico!

Il design e il fascino di queste penne racchiudono in un perfetto equilibrio i valori estetici essenziali di Cuervo y Sobrinos e l'eleganza della decorazione classica.

Il logo Cuervo y Sobrinos è inciso sul cappuccio; la clip è un'opera d'arte, con riproduzione del motivo delle anse dell’orologio Historiador, ennesima testimonianza dell'attenzione che la Casa riserva ai dettagli. In stile Art Déco, tutti i dettagli presentano decorazioni placcate in oro rosa, sono disponibili anche nella versione in rodio.







sabato 2 aprile 2016

HISTORIADOR SQUELETTE

HISTORIADOR SQUELETTE
Un capolavoro svizzero con eredità Latina



nei precedenti post abbiamo pubblicato alcune anticipazioni  delle collezioni Historiador e Prominente presentate al Salone Internazionale dell'Orologeria di Basilea.  Con il post di oggi e nei prossimi pubblichiamo i dettagli di Basel 2016.

Cuervo y Sobrinos ha infuso lo spirito del marchio nel nuovo Historiador Squelette. La cassa in acciaio richiama le curve di un disegno trovato nell’officina abbandonata dell’Avana verso la fine degli anni ’40.

Fedele alle sue radici Art déco, l’orologio si basa su un unico esclusivo disegno di Cuervo y Sobrinos sia per il quadrante sia per la speciale decorazione sul movimento.

Questo creativo orologio vi porterà in un’altra dimensione. La versione squelette del modello Historiador ha tutto ciò che si può desiderare – la bellezza e la trasparenza di un ricercato movimento automatico svizzero, la massa decorata e personalizzata con “Squelette” e il logo “ Cuervo y Sobrinos” e un quadrante finemente decorato e traforato. 

L’Historiador Squelette ha le lancette delle ore e minuti con Superluminova, quella dei secondi centrali in rosso ed è completato da un elegante cinturino nero in alligatore della Louisiana.

Il massimo dello stile Art déco, un disegno esclusivo che lo rende inimitabile con un tocco latino proveniente dall’Avana dal 1882.


domenica 6 marzo 2016

Cuervo y Sobrinos e i Colori di Cuba







Ultima anticipazione di Cuervo y Sobrinos nell'imminenza del prossimo Salone Internazionale dell'Orologeria che aprirà le porte il 17 marzo sino al 24 in Basilea - Svizzera



 La nuova collezione Historiador - Tierra Sol y Mar si  ispira ai colori di Cuba, la più grande isola dei Caraibi, con spiagge incontaminate e riserve naturali, ma anche pieno di arte e cultura immersi nelle città dai mille colori.

Queste tonalità  sono sofisticate, informale, vibranti fanno appello a un nuovo stile moderno e dinamico. La collezione presenta tre quadranti satinati in colori vivaci e cinturini coordinati  in alligatore "Pon Pon" Louisiana.


La collezione Historiador Tierra Sol y Mar veste i colori tropicali:

l' Orange come il più caldo colore "Terra"

il Giallo come il brillante "Sol"

il Blue Light come il "Mar" delle isole dei Caraibi.


L'Historiador dispone di un CYS 5157, SW260-1 movimento automatico con piccoli secondi a ore 6 e datario a ore 3. Questa collezione ha uno stile moderno, pur mantenendo il diametro della cassa in 40mm, un doppio vetro zaffiro bombato e quadrante satinato le lancette sono rifinite con una leggera superluminova.



Cuervo y Sobrinos riscopre il gusto dei colori brillanti dell'Avana proposti con vitalità e naturalezza. I richiami alll'isola tropicale sono intensificati per disegnare un nuovo stile poliedrico e contemporaneo.




sabato 27 febbraio 2016

Prominente 2016 "Caramelo" Cuervo y Sobrinos 1882



Uno scoppio di colori.


Ancora un'anticipazione, in prossimità del Salone Internazionale dell'Orologeria, Cuervo y Sobrinos vuole affascinare gli amanti dell'orologeria  proponendo la nuova collezione Prominente con una serie di nuovi colori, tra cui marrone, arancio, giallo e azzurro. 



Caramelo è un'esplosione di colori, un sogno che si avvera.


Il nome, infatti, è ispirato alle caramelle colorate, che rappresenta un sogno del passato, ai ricordi di un bambino.


Ogni gusto un desiderio tra cui un messaggio speciale per il futuro.

Il giallo riprende la luce e l'energia del sole.
L' arancio simbolo della creatività e della fiducia.
Il blu rappresenta la comunicazione, la socialità.
Infine il marrone simboleggia la serenità, la soddisfazione.


Un sogno che diventa realtà, lo stesso processo con il quale vengono creati gli orologi Cuervo y Sobrinos, design e ricerca basato sul passato che, attraverso la passione e la maestria orologiaia, diventano marcatori del tempo.
 
La collezione Prominente Caramelo ha un movimento automatico CYS 5102, SW 300, con secondi al centro e la data a ore 6. 

Il Prominente ha un stile vintage delineato dalla cassa rettangolare, il doppio vetro curvo e le finiture "satin" del quadrante con linee al centro.

Cinturini in alligatore  con sfumature identiche ai quadranti.


Una raffica di colori e passione, in linea con lo stile di un marchio latino e un'anima svizzera.








lunedì 22 febbraio 2016

New 2016 di Cuervo y Sobrinos 1882

HISTORIADOR CLÁSICO

Gentleman per sempre

Cuervo y Sobrinos è diventata un'icona di stile vintage, una espressione seducente di forma e funzione radicata nella suprema affidabilità svizzera e sentimento latino.

Dal 17 al 24 marzo avrà luogo a  Basilea (Svizzera) la Fiera Mondiale dell'Orologeria, più di centomila visitatori s'immergeranno nell'affascinante mondo degli orologi, accolti da una atmosfera unica che da sempre caratterizza Baselword

Da  oggi e nelle prossime settimane vi offriremo alcune interessanti anticipazioni.  

Con l'Historiador Clásico, Cuervo y Sobrinos propone quest'anno un ulteriore affinamento della collezione più emblematica. L' Historiador Clásico dispone di un movimento a carica manuale CYS 2052, con piccoli secondi a ore 6. Un dettaglio decorativo  può essere ammirato  attraverso il vetro zaffiro del fondello con il ponte sul meccanismo di ruota decorato con "Cote de Geneve" e un trattamento ardesia colorata.

Questo modello ha un tocco di eleganza sottolineata dalla cassa di 40 mm (6,2 di spessore), il doppio vetro zaffiro bombato e il quadrante decorato con una "Clous de Paris" al centro, i minuti e le ore  con una decorazione "Soleil", così come il piccolo secondi a ore 6.


La nuova collezione presenta dei quadranti  in un blu galvanico, un esclusivo rame e un quadrante d'argento senza tempo. Le lancette con la classica forma gladio  con leggera superluminova sono armoniosamente integrate nel quadrante con il logo CyS applicato.

Sia attraverso il suo design elegante e l'eccellenza tecnica infusa dagli orologiai di CyS o l'eccezionale bellezza della sua finitura, l' Historiador Clásico  sorprenderà il più esigente dei collezionisti alla ricerca di prodotti di lusso che durano e trasmetterà  piacere a tutti coloro che indosseranno questo modello


Il Historiador Clásico celebra la seduzione e la ricercatezza del  "tempo"




Vedi il Video dell'Historiador Clásico 



martedì 26 gennaio 2016

Cuervo y Sobrinos anteprima 2016

Cuervo y Sobrinos marchio icona di stile vintage, in occasione del SIHH, Salon International de la Haute Horologerie, ha presentato ai suoi rivenditori internazionali nel Workshop dei giorni 23-24-25 Gennaio, presso il prestigioso Swissotel di Ginevra, le novità 2016 del marchio, dove di seguito vi diamo una breve anticipazione.


Historiador Clàsico dedicato al gentleman.

Questi modelli vanno ad arricchire la collezione Historiador già la più emblematica.

L'Historiador Clàsico ha un movimento piatto a carica manuale, il quadrante decorato a "Clous de Paris" ne sottolinea la fine eleganza.

Questa collezione per la sua raffinata eleganza e ricercatezza sorprenderà e sedurrà  tutti gli amanti dell'orologeria.



Historiador Tierra, Sol y Mar

I colori di Cuba sono i protagonisti di  questi modelli.

Queste tonalità sofisticate, informale, vibranti conferiscono  modernità e dinamicità.

Cuervo y Sobrinos riscopre il gusto dei colori brillanti dell'Avana, proponendo un nuovo stile contemporaneo.




Prominente Caramelo


Ogni gusto un desiderio

Un messaggio per il futuro

Giallo - Luce - Energia
Arancio - Creatività - Fiducia
Blu - Comunicazione- Socialità
Marrone - Soddisfazione - Serenità


Una raffica di eleganza, colori e passione, in linea con lo stile di un marchio con uno stile latino e un'anima svizzera.






mercoledì 6 gennaio 2016

50 ANNI E LE IDEE MOLTO CHIARE: Oliviero Toscano. di Davide Rota - foto di Matteo Cherubino

Chiamarlo fotografo è riduttivo. Personaggio poliedrico, è stato uno dei protagonisti degli ultimi 50 anni tra arte, fotografia, progetti editoriali e sociali. Un uomo che ha fatto del mondo la propria casa, ma che non ha problemi a parlare della sua città natale.
Il titolo del suo nuovo libro, sintesi delle sue più importanti battaglie in giro per il mondo, è Più di 50 anni di magnifici fallimenti. Perché questa scelta?
Questo libro è nato perché tutti mi hanno chiesto di farlo, i miei amici e le persone a me più vicine mi hanno convinto. E io l’ho fatto. Ma resto dell’idea che la fotografia non serva per fare libri o per le esposizioni fotografiche. La fotografia è semplicemente uno strumento utile ai mezzi di comunicazione di massa, è una cosa seria che non serve per il proprio compiacimento estetico. Non è un fine, ma un mezzo, per andare da qualche parte e dire qualcosa a qualcuno.

Cosa si ricorda della Milano della sua infanzia?
Mio padre è nato in via Cappellari, vicino a piazza del Duomo; da ragazzo, nel 1920 circa, vendeva le gazzose sul Duomo ed è diventato poi il primo reporter del Corriere della Sera. Io sono nato sotto le bombe del ‘42, però, compiuti sette mesi, i miei decisero di scappare a causa dei bombardamenti e ci trasferimmo a Clusone (in provincia di Bergamo) in una casa di contadini. Lì sono rimasto fino ai sette anni, quando ho iniziato ad andare a scuola. Mi ricordo che io e i miei amici eravamo ragazzi di strada: giocavamo ai tollini (un gioco con i tappi, NdR), alle biglie in mezzo alle macerie. Era tutto bellissimo, Milano era bellissima. Un grande parco giochi per noi che eravamo piccoli. E per fortuna in quel periodo c’erano due cinematografi e io, la mattina alle otto, invece di andare a scuola andavo al cinema. Quindi Milano è dove mi sono formato sulla cultura cinematografica degli anni Cinquanta. E trovo che sia stato molto più istruttivo, e meno noioso, della scuola.

Quali differenze e analogie con la Milano odierna?
Vivevamo in una zona che non riconosco più, che è radicalmente cambiata, all’angolo tra corso Como e piazza XXV Aprile. Andavo a scuola lì vicino e passavo i pomeriggi al 10 di corso Como che allora non era lo spazio della moda e del design, ma solo il primo centro di imbottigliamento della Coca Cola. Io e gli altri ragazzini andavamo armati di spazzoline a pulire le bottiglie che tornavano indietro sporche. La ricompensa? Una Coca Cola, che per noi era un lusso. E questa alla fine è stata un po’ la storia e la fortuna di Milano: lo sfruttamento minorile, degli immigrati, della gente del Sud… E ricorderò sempre le parole di mia madre, che fino alla fine mi ha ripetuto: “Oliviero, da quando Milano non è più generosa, ha perso la sua forza”. E aveva ragione, guarda cosa succede oggi per esempio.

A Milano o in generale in Italia?
Milano è fortunata. Ho seguito la campagna di Giuliano Pisapia e sono molto soddisfatto dal lavoro che ha svolto come sindaco. Soprattutto considerando quanto sia difficile come città. Non so se ha fatto tanto o poco, non ho un metro per giudicare così bene le cose, ma so che è stato in grado di rimettere Milano su un binario per il futuro. Certo si potrebbe fare anche di più, perché resta una città fatta di eccellenze in diversi campi, come poche altre al mondo possono vantare. Ma il problema forse è proprio questo. Come l’Italia intera, anche Milano produce tantissimi individui che rappresentano l’eccellenza nel loro campo, ma che proprio per questo non sono in grado di fare sistema e i risultati si vedono.

Si riferisce forse a Expo? Nei mesi scorsi non ha usato parole dolci nei confronti della manifestazione internazionale. Sempre della stessa idea?
Io resto fedele alla mia idea. Tutti fanno finta di niente, ma rimango convinto che sia stato interamente creato intorno a un interesse privato e di accordi con le multinazionali. È stata una grande paninoteca a cielo aperto, ma non ho visto nessuna soluzione per nutrire il pianeta. Fin dall’inizio ho sostenuto che tutto questo sia servito a smuovere un po’ le cose, ha dato lavoro a tanta gente e comunque questo genere di iniziative funzionano. Ma quanto è costato? Il problema è molto semplice: quando Milano vinse con fatica il concorso contro Smirne, insieme a Sgarbi e a una serie di persone pensai a un progetto ispirato alla mia milanesità. Un progetto per portare in città tutti i vari problemi che il mondo non ha il coraggio di guardare: immigrazione, razzismo, lavoro giovanile, discriminazione femminile… Quando portammo questa idea a chi allora era a capo di tutta la baracca, ci dissero che mostrare queste criticità a Milano non avrebbe mai funzionato.

Nel 2007 però ha dato inizio al suo progetto Razza Umana. Tratta di tematiche simili.
Sì, certamente è un progetto legato a questo tipo di tematiche e da allora prosegue ininterrotto, tra poco infatti tornerò in Sud America e poi in Africa.

Ha avuto un grande successo…
In realtà io non lo faccio per avere un feedback da qualcuno, non è un lavoro che ho fatto per avere consenso. Anzi, se c’è consenso, ci si dovrebbe chiedere se c’è qualcosa che non va. Quando tutti mi danno ragione forse vuol dire che ho sbagliato qualcosa.

Una lezione da non dimenticare che l’ha sempre guidata nei suoi lavori?
Assolutamente. Mi ricordo nitidamente di aver proposto un reportage sul primo concerto italiano dei Beatles circa 50 anni fa a L’Europeo, ma la redazione mi rispose che non sarebbero durati più di sei mesi e di non perderci tempo. Io andai comunque a seguire il concerto e per me fu un’opportunità unica per fotografare l’espressione della mia generazione. Poi una redattrice di Annabella mi propose di fare alcuni scatti di moda e io molto semplicemente scesi nel cortile della Rizzoli e fotografai i tanto famosi cappotti colorati. E da quel momento tutti iniziarono a chiedermi di fare fotografie di moda.

Quindi un inizio casuale in questo mondo?
Uno che fa solamente il fotografo di moda non può ritenersi un fotografo. Io non ero particolarmente interessato a questo genere di scatti. L’unica cosa che poteva interessarmi erano le ragazze (ride, NdR).

Oliviero Toscani Club Milano

Domanda di rito che non posso evitare: con l’avvento del digitale come sono cambiate le cose?
Non è cambiato granché, anzi mi dà un po’ fastidio parlarne, perché la tecnologia non mi entusiasma, come non mi entusiasmano gli ultimi ritrovati tecnologici. La tecnologia è sempre vecchia, guarda sempre indietro e non ci può parlare del futuro. Il futuro è immaginazione e basta, al contrario della tecnologia. Infatti abbiamo paura del futuro perché non abbiamo più il coraggio di incontrarlo.

Lei non ha avuto paura di incontrarlo, il futuro. Ha lavorato con alcuni dei nomi più illustri dell’eccellenza italiana, ad esempio con Elio Fiorucci, scomparso lo scorso 20 luglio.
Elio Fiorucci è sempre stato un amico, fin dal principio degli anni Sessanta quando entrambi stavamo iniziando. Ci vedevamo molto spesso a Londra perché lui era interessatissimo a quella città e io vi ero legato perché ci avevo studiato per qualche mese nel ‘62 e ci tornavo spesso. Lavoravo sempre di più per i giornali e lui iniziava ad attirare sempre più simpatie da parte della stampa perché proponeva sempre cose nuove e di tendenza. E da lì tutto è cominciato.

Ha lavorato a stretto contatto anche con Flavio Lucchini di Superstudio, cosa ci può raccontare di quell’esperienza?
Non ho mai avuto uno studio veramente mio. In realtà l’ho avuto per poco tempo in via Argelati di fronte a quello di Joe Colombo, ma è durato poco perché non mi piaceva l’idea di essere legato a qualcosa, a un luogo. Non mi sentivo libero. E anche con Flavio Lucchini è stato lo stesso, andavo a lavorare da lui ogni tanto quando non ero in redazione. E poi un giorno ci siamo detti: “Perché non prendiamo uno studio insieme in affitto?”. Si faceva già a Parigi e a Londra, a Milano invece si andava in quelli di altri fotografi o si faceva tutto in esterno. Cominciammo a cercare, e io trovai lo spazio dove ora sorge Superstudio. Mi piaceva quella zona, c’erano ancora le fabbriche funzionanti e di giorno era pieno di operai con la schiscetta, altro che fighetti della moda di oggi. Ci interessammo e ci accordammo per comprarlo. Un lunedì mi aspettavano a Milano per firmare il compromesso, ma c’era qualcosa che non mi tornava… Costava 80 milioni di lire a testa e la domenica prima mentre ero a cavallo con mia moglie in Toscana, dove già vivevo, passammo di fianco a un terreno di circa 10 ettari che mi aveva sempre fatto gola e c’era il contadino. Gli chiesi se si era deciso a vendermelo oppure no. La domenica chiamai Lucchini, gli dissi che ero fuori e che avevo trovato quel terreno. Lui mi disse: “Me l’aspettavo”. Da allora, quando vengo a Milano vado lì a lavorare.

Lei è molto legato alla stampa e al mondo delle riviste…
Sì e il mio sogno nel cassetto è diventare direttore de Il Corriere della Sera. E questo devi scriverlo (lo dice ridendo, NdR): finalmente il Corriere non avrebbe più problemi e farebbe il record di copie. Farei un giornale fantastico.

La proporremo certamente. Però ha già dato il via a un progetto editoriale, giusto?
Ho creato la rivista Colors quasi trent’anni fa e ritengo che sia ancora un progetto attuale. Tutto è nato durante la mia collaborazione con Benetton, perché avevo una marea di fotografie che la stampa rifiutava perché troppo d’impatto e socialmente impegnate. Erano ritenute scandalose e scomode. E allora parlai con Luciano Benetton e gli proposi di investire su un house organ, lui capì subito e mi disse: “So già cosa farai…” e feci Colors. È nato come il giornale che parlava del resto del mondo ed era un mio esperimento. Ora vorrei fare un quotidiano e spero che mi diano il Corriere.

E per quanto riguarda Fabrica?
È andata più o meno nello stesso modo: volevo creare un centro ricerche e le ho dato vita. Ma ora non la seguo più.

È stato un incontro fortunato quello tra lei e Benetton.
Come diceva Frank Lloyd Wright: “La qualità dell’architettura dipende dall’intelligenza del committente”, se questo non è intelligente nessun artista può produrre qualcosa di magnifico. Benetton lo è sempre stato. E la rottura fra noi è avvenuta come una conseguenza inevitabile. Tre anni prima di quanto hanno scritto i giornali, ci siamo accordati perché alla nascita di Fabrica io lasciassi, non volevo diventare un impiegato che timbra il cartellino. Me ne sono andato dopo aver finito la serie sui detenuti nel braccio della morte negli Stati Uniti. Quello che hanno raccontato è stata una montatura perché la
gente ha sempre bisogno di trovare una spiegazione alle cose.



Intervista pubblicata su Club Milano 29, novembre – dicembre 2015. Clicca qui per scaricare il magazine.

mercoledì 23 dicembre 2015

Cuervo y Sobrinos a Sora per i 165 anni di Oro e Ora di Spalvieri Rocco.

Cuervo y Sobrinos  per i 165 anni di attività dell'orologeria di Spalvieri Rocco, Oro e Ora ,  arriva a Sora.

Antica città volsca, divenne colonia e municipio romano, poi possesso bizantino, longobardo, normanno e angioino.
 Con il Risorgimento Sora divenne parte dal 1861 del neonato Regno d'Italia, divenendo capoluogo di circondario, sempre nell'ambito territoriale della Terra di Lavoro.
 Fu quasi del tutto ricostruita dopo il rovinoso terremoto del 1915.
 Nel 1927, nell'ambito di un'ampia revisione amministrativa operata dal regime fascista, che portò alla soppressione dei circondari e all'istituzione di nuove province, Sora fu staccata dalla provincia di Terra di Lavoro e fu assegnata alla Regione Lazio divenendo parte della neocostituita Provincia di Frosinone, di cui oggi ospita alcune sedi decentrate.
Oggi rappresenta un importante centro industriale e commerciale (con cartiere, mobilifici, industrie tessili, svariate attività commerciali, agricole ed artigianali), ed è sede della Fiera di Sora che ospita ogni anno migliaia di visitatori.



Nel 1850 GIUSEPPE SPALVIERI apre la bottega di orologiaio a Sora in P.zza Palestro.

Nel 1888-89 ANTONIO SPALVIERI (figlio di Giuseppe) rileva l'attività del padre portandola avanti fino al 1922 (anno in cui muore).

Dopo il terremoto del 1915 essendo stato distrutto il negozio per il crollo del palazzo che lo ospitava, si trasferì in Viale XX Settembre. Tra i suoi numerosi allieve c'è anche il figlio VINCENZO, allora giovanissimo. A causa della Seconda Guerra Mondiale ci fu un'interruzione dell'attività.

Nel 1945 VINCENZO, al ritorno dalla guerra riapre l'attività del padre ANTONIO nella propria abitazione.

Nel 1957 apre invece un nuovo negozio in Via Napoli n.44 avendo come validissimo aiuto il proprio figlio ANTONIO che apprende assai velocemente.

Nel 1975 ANTONIO SPALVIERI rileva l'attività del padre VINCENZO portandola avanti a tutt'oggi con orgoglio e passione. Nel 2000 l'attività venne trasferita in Via Napoli n.27 con annessa oreficeria. Allievo di ANTONIO è suo figlio Rag. ROCCO e si spera i nipoti. Si ipotizza che la storia degli Artigiani Spalvieri si perda nella notte dei tempi, in quanto si pensa che il padre di GIUSEPPE, cioè SAVERIO SPALVIERI facesse anch'egli l'orologiaio...

Suddette note sono state apprese dalla tradizione orale, specie dalle persone più anziane di Sora.
A testimonianza della lunga attività artigiana di Casa Spalvieri, potete visionare due garanzie di riparazioni rilasciate all'inizio del '900.

Oggi Rocco Spalvieri prosegue nella tradizione, sempre alla  ricerca di nuove proposte, offrendo un servizio e assistenza con la massima professionalità e cortesia.

Nell'orologeria offre una vasta gamma, dal fashion ai classici, alla migliore orologeria svizzera, Maurice Lacroix, Fortis , Fredericque Constant per citare solo alcuni marchi. 

Una ricercatezza nella gioielleria per esaudire i desideri di tutte le donne di qualsiasi età. infine e non per ultimo un attrezzato laboratorio per creare , riparare  gioielli e orologi

Tempora







giovedì 17 dicembre 2015

NEL 1492 COLOMBO SCOPRI' IL SIGARO CUBANO. E POI L'AMERICA di Sergio Chiti

I nativi ne assaporavano il delizioso aroma già da molti anni. Il fumo era un piacere ma anche elemento unificante nei riti sacri e sociali.



Narra la storia, e non certo la leggenda, che un giorno del 1881 a Malaga i genitori di un neonato erano disperati poiché, subito dopo il parto, non dava nessun segno di vita. Il medico, però, senza perdere la calma, inspirò una profonda boccata del sigaro che stava fumando e gli soffiò il fumo sul faccino.
Subito il nascituro prese a strillare e i suoi vagiti riempirono la stanza, con gioia e sorpresa del padre e della madre. Oltre ad avere salvato una vita, quel medico permise soprattutto all'arte contemporanea di non perdere uno dei suoi rappresentanti più famosi e geniali. Sì, perché quel neonato si chiamava Pablo Picasso. L'aneddoto in questione non vuole ovviamente dimostrare che il fumo faccia bene, sebbene in quel caso avesse evitato la morte sicura del piccolo Pablo, ma sicuramente può simboleggiare uno stile di vita e soprattutto un piacere sopraffino il quale, talvolta, può compiere addirittura un miracolo.

Chi non ha mai assaporato l'aroma di un sigaro non può capire la filosofia che si cela

dietro questo rotolo di foglie essiccate e chi non ha mai gustato un sigaro cubano non può minimamente immaginare cosa rappresenti questo modo impareggiabile di fumare. Coloro che sono seguaci dei puros, così vengono chiamati i sigari dell'isola caraibica rigorosamente fatti a mano, storcono il naso quando i loro prediletti oggetti del desiderio vengono equiparati a un normalissimo vizio. E hanno perfettamente ragione. Fumare un puro, infatti, è un'arte raffinatissima, ultimo anello di una catena che inizia con la scelta del sigaro, con la perfetta conservazione e umidificazione, per passare al rito del taglio e dell'accensione e all'accostamento con un ottimo liquore, suo compagno di viaggio preferito che si abbina all'armonia del palato.


 Altro che vizio. E poi, al di là del gusto, tanta "sacralità" ha addirittura origini storiche e religiose. Già, perché quando Cristoforo Colombo nel 1492 mise piede sulla terra di Cuba, credendo invece di essere giunto nelle Indie, entrò in contatto con gli indigeni del luogo che erano soliti arrotolare cilindri di foglie secche che accendevano da una parte e ne aspiravano il fumo dall'altra. Questo perché, fin dalla notte dei tempi, per quelle popolazioni il tabacco era un elemento unificante nella vita sociale e religiosa, visto che era impiegato in molti riti sacri.
A farlo era soprattutto lo stregone, il behique, che comunicava con gli dei durante la cerimonia del cohoba.

 La visione sacrale, anche se in modo negativo, venne ripresa anche dalla Chiesa cattolica che, appena il tabacco venne portato in Europa dagli uomini di Colombo, cercò di dimostrare che le foglie essiccate caraibiche erano di chiara matrice demoniaca. Rodrigo de Jerez, uno dei marinai del navigatore genovese che avevano imparato ad aspirare il cohoba, pagò a caro prezzo la voglia di fumare a casa uno di questi rotoli vegetali. La moglie lo denunciò all'Inquisizione e lo fece imprigionare con l'accusa di essere posseduto da satana. Ma i difensori della fede nulla poterono, nel giro di pochi anni, per contrastare l'invasione del sigaro che venne assimilato soprattutto dalle classi più agiate. Jean Nicot, ambasciatore francese presso la corte del Portogallo, fu uno dei primi a introdurre la moda del sigaro nell'aristocrazia e, per l'epoca, anche ad esaltarne le presunte qualità terapeutiche. Peccato per lui che oggi venga ancora ricordato solo per il fatto che una delle sostanze più nocive del tabacco, la nicotina appunto, abbia preso spunto proprio dal suo nome.

 L'irruzione del tabacco nel vecchio continente provocò, ovviamente, l'inizio della coltivazione sistematica e della manifattura di questo vegetale nei Caraibi, più esattamente a Cuba. Ciò fece piovere soldi nelle casse della Spagna, visto che l'isola le apparteneva e per il fatto che, a partire dal 1614, tutto il tabacco destinato ai mercati europei doveva passare attraverso il monopolio della città di Siviglia, dove veniva trasformato in migliaia di sigari da esportare in Francia, Inghilterra e Olanda. Ma il corso della storia, nel giro di poco più di un secolo, cambiò le carte in tavola. La Spagna perse progressivamente potere e prestigio, mentre a Cuba, le continue insurrezioni dei vegueros, i coltivatori di tabacco, spinsero le autorità ispaniche a concedere benefici economici e a varare una politica doganale meno soffocante.

Il monopolio di Siviglia scomparve e la liberalizzazione del commercio dei puros ebbe un'incredibile impennata. A l'Avana, in pochissimo tempo, vennero aperte fabbriche di sigari leggendari: nel 1827 Partagas, nel 1834 Por Larranaga, nel 1840 Punch, nel 1844 H. Upmann, nel 1848 El Rey del Mundo e nel 1850 Romeo y Julieta. Si arrivò al punto che, nel 1861, a Cuba operavano 1217 manifatture, 516 delle quali, producevano puros destinati all'esportazione. In Europa, il sigaro continuò ad essere di moda nelle classi sociali più abbienti. Nei club più esclusivi di Londra e Parigi vennero aperte apposite sale per i fumatori, i quali per evitare che i loro abiti venissero impregnati dall'odore penetrante del fumo, cominciarono ad indossare di sera vestiti neri in seta chiamati smoking. Con l'evoluzione dei costumi, cambiò anche il modo di presentare gli stessi sigari. Dapprima, nel 1845, un famoso produttore, Ramon Allones, inaugurò l'epoca delle scatole in legno per mettere in vendita i suoi puros, e qualche anno più tardi le medesime cominciarono ad essere riccamente illustrate e rivestite da etichette e simboli. Subito dopo, vennero create le fascette. A dire il vero, già un secolo prima gli aristocratici avvolgevano intorno alla testa del sigaro un anello di carta per evitare che i loro guanti di seta bianca si sporcassero al contatto del tabacco troppo umido, ma solo tra il 1830 e il 1835, un olandese, Gustave Anton Block, sistematizzò l'uso della fascetta per i suoi sigari Aguila de Oro, per differenziarli dagli altri puros in circolazione.
L'idea venne ripresa immediatamente dagli altri produttori che, in alcuni casi, fecero dei loro anelli dei veri e propri capolavori: vennero così creati anillos, come si chiamano in spagnolo, in seta e abbelliti da piccole perle. Ma dato il costo proibitivo, vennero ben presto sostituiti da quelli fatti in carta. Nel frattempo, anche le condizioni sociali ed economiche di chi lavorava nelle manifatture a Cuba migliorarono notevolmente. Nelle fabbriche, dove i torcedores arrotolavano i sigari, venne perfino istituita la figura del "lettore", un operaio in grado di leggere durante l'orario di lavoro giornali e libri. Autori come Balzac, Zola, Verne e H.G. Wells divennero popolarissimi tra i lavoratori di sigari, che ben presto vennero soprannominati gli "intellettuali del proletariato". La fama dei sigari cubani aumentava a dismisura. Negli Stati Uniti i presidenti Ulysses Grant e Abraham Lincoln, dopo aver assaggiato un puro, non abbandonarono mai più il suo aroma. Il primo arrivò al punto di fumarne venticinque al giorno. Anche musicisti come Wagner e Sibelius non poterono più fare a meno di questo tipo di fumo. Ma è con l'irruzione del ventesimo secolo che i sigari cubani ebbero la loro definitiva consacrazione. A ciò contribuì anche la leggenda di una terra che, dopo aver cacciato gli spagnoli grazie all'insurrezione avvenuta nel 1895 per merito di José Marti, si trasformò, anche a causa della situazione politica altamente instabile, in una zona franca dove tutto era permesso: Avana divenne in breve tempo la capitale del lusso sfrenato, del piacere e del gioco d'azzardo, ancora prima di Las Vegas. Negli Anni Trenta e Quaranta, celebrità come Marlene Dietrich, Nat King Cole, Errol Flynn, Gary Cooper, Ginger Rogers, Frank Sinatra e il gangster Lucky Luciano presero a frequentare gli hotel Deauville, Capri e Riviera e i night Tropicana, Floridita e Bodeguita del Medio. Tutti avevano in bocca un costoso puro, simbolo di potere e dominio. Anche Ernest Hemingway non seppe resistere al fascino del mare di Cuba, del cocktail "Daiquiri" e del sapore dei sigari cubani. Ma i puros, ormai, si fumavano dappertutto, persino al numero 10 di Downing Street, quando Winston Churchill divenne premier inglese nel 1940. E' stato detto che nessuno come lui incarnò l'idea stessa del sigaro.
Ed è vero, visto che si calcola in trecentomila (avete letto bene) i sigari che l'uomo politico britannico riuscì a fumare durante la sua vita. Al punto che una vitola, cioè un determinato tipo di sigaro cubano, riconoscibile dalla lunghezza e dalla circonferenza, viene oggigiorno chiamata con il nome del grande statista. Gli aneddoti su Churchill e i suoi amati sigari si sprecano. A cominciare da quello che lo vide protagonista con il maresciallo Montgomery, il quale un giorno gli disse: "Io non bevo, non fumo, dormo molto, ecco perché sono in forma al cento per cento". Al che il premier gli rispose: "Io bevo molto, dormo poco e fumo un sigaro dopo l'altro! Ecco perché sono in forma al duecento per cento". Quando Londra, durante la battaglia d'Inghilterra, fu sottoposta ai violenti bombardamenti da parte della Luftwaffe, Churchill non temette per la propria vita, ma per i suoi sigari che erano custoditi presso il negozio Dunhill.
Proprio durante un raid aereo, una bomba centrò in pieno il negozio. Alle due di notte, dopo aver constatato i danni, il direttore telefonò immediatamente a Churchill e gli disse le testuali parole: "I vostri sigari sono in salvo, Sir". Anche il presidente americano John Fitzgerald Kennedy fu un accanito fumatore di sigari cubani. I suoi preferiti furono i Petit Upmann di H. Upmann. Li privilegiava a tal punto che, nel 1961, qualche giorno prima di firmare il documento che avrebbe fatto scattare l'embargo contro Cuba e Fidel Castro, inviò alcuni suoi collaboratori all'Avana per fare incetta dei suoi puros preferiti. Gliene portarono ben 11.500. A proposito di Fidel Castro. Quando salì al potere nel 1959, una delle prime decisioni che prese fu quella di nazionalizzare tutte le manifatture di sigari. Una scelta dolorosa che portò alla scomparsa di leggendari puros come Murias, Henry Clay, Farach, Villar y Villar. Ma il lider maximo dovette tornare ben presto sui propri passi, convinto anche da "Che" Guevara, perché l'alta qualità che contraddistingueva i sigari cubani era quasi del tutto scomparsa. Così diede vita ad un organismo preposto, la Habanos S.A., con il compito di coordinare le varie manifatture per la produzione annuale dei sigari. Sempre Castro fu protagonista della nascita di quello che viene attualmente definito il miglior sigaro del mondo, il cohiba. All'inizio degli anni Sessanta, ancora in pieno fermento rivoluzionario,
Fidel Castro s'incontrò una mattina con i suoi collaboratori più stretti. Tutti si accesero il loro sigaro e il lider maximo restò colpito dal profondo aroma di un puro fumato da un suo vicino. Subito volle sapere chi fosse il campesino capace di creare un sigaro artigianale così buono. Quel contadino, destinato a diventare uno degli uomini-simbolo di tutta la storia dei sigari, era Eduardo Ribera che aveva individuato nel cuore della regione Vuelta Abajo, la migliore di tutta Cuba per la pianta del tabacco, un appezzamento favoloso, capace di trasmettere alle foglie un sapore unico, incredibile.
Il lider maximo, dopo aver fumato i suoi sigari, nominò Ribera responsabile di una nuova manifattura, chiamata appunto cohiba, dal nome della cerimonia del fumo degli antichi indios, che mise in vendita i suoi puros a partire dal 1968. Da quell'anno, i "seguaci" dei sigari cubani hanno un preciso punto di riferimento, quando vogliono fumare qualcosa di assolutamente straordinario. Ma in Italia esiste una "cultura" del sigaro cubano e, più in generale, di quello caraibico? "Il fatto è che nel nostro Paese si è sempre preferito puntare su un prodotto locale: il sigaro toscano", risponde Antonio Senucci, proprietario di una elegante tabaccheria di Milano, uno dei maggiori specialisti italiani di sigari cubani. "Solo negli ultimi tempi, gli italiani stanno finalmente scoprendo la qualità e la bontà dei puros. Rispetto ad altri Paesi europei, come la Spagna, la Francia e l'Inghilterra, siamo molto indietro, ma qualcosa si sta muovendo. Perché chi decide di passare a questo tipo di sigari, deve capire che la "filosofia" che c'è alle spalle è completamente diversa rispetto agli altri modi di fumare. Chi accetta questa differenza, entra in un mondo meraviglioso". Già, perché consacrarsi ai puros, come si è detto all'inizio, cambia radicalmente il concetto e il rapporto stesso con il fumo. I sigari caraibici, infatti, sono estremamente delicati e per fumarli al meglio bisogna custodirli in particolari scatole di legno (costruite in cedro ispanico), chiamate humidors, al cui interno l'umidità si mantiene tra i 70 e i 75 gradi, come quella che si riscontra nel clima dei Caraibi. Ma questo è solo l'inizio. "Il rito del fumatore di sigaro è alquanto variegato", spiega Maurizio Dalla Valle, presidente della "Aldano", una famosa fabbrica italiana di humidors.
"Oltre al giusto humidor, scelto sulla base delle proprie esigenze, colui che inizia, deve capire che il sigaro va tagliato e fumato in un certo modo, non come si fa con una normale sigaretta". Che qualcosa stia effettivamente cambiando in Italia, comunque, si vede anche dalle associazioni di appassionati che aumentano considerevolmente e dall'attenzione che i mass media rivolgono a questo fenomeno. Anche il nostro Paese ha adesso un mensile dedicato esclusivamente ai sigari, si chiama "Stil" ed è diretto da una donna, Marzia Bertocca, una delle diverse rappresentanti del "gentil sesso" che hanno deciso di ignorare le sigarette per passare a sua maestà il sigaro. "Non solo non ci vedo nulla di strano, come già fece notare lo scorso secolo la scrittrice George Sand, accanita fumatrice di sigari, quando disse: "Il sigaro è l'ideale complemento di un elegante stile di vita"", spiega Marzia Bertocca. "Ma ritengo addirittura che le donne, con la loro sensibilità ed estetica, possano cogliere meglio degli uomini il fascino sprigionato da un buon sigaro". Forse, sulla base di quello che è stato detto finora, non risulterà poi così eccessivo quanto proclamò una volta una voce anonima. Cioè che se fumare è umano, fumare sigari è divino.

la storia del Sigaro Cubano tratto da win storia punto.net